23/05/2008
Mozione 2 - Prima la Politica
Mozione congressuale presentata da Pia Locatelli, Mauro Del Bue,
Franco Grillini, Lanfranco Turci, Francesco Mosca
Prima la politica
Basta con il "primum vivere"
La salvezza di un’organizzazione di partito non serve, in sé: non serve perpetuare
un partito piccolo per garantire le carriere di micro gruppi dirigenti provinciali e
regionali che mirano a mantenere in qualche modo un assessorato o un seggio, e,
fino a ieri, una piccola pattuglia di parlamentari.
Dopo la sconfitta
La difesa di questa piccola organizzazione, della sua pattuglia di deputati, ha
avuto un senso perché è stata negli ultimi 15 anni della nostra storia una tattica al
servizio di una strategia politicamente e moralmente dignitosa. Purtroppo questa
strategia si è esaurita, sono fallite le coalizioni, prima quella riformista, l'Ulivo, poi la
Rosa nel pugno.
E’ innegabile che al nostro interno la Costituente sia stata vissuta troppo spesso
come un semplice Sdi allargato, con il risultato che molte risorse umane non sono
state impiegate adeguatamente, e molti di coloro che si erano avvicinati si sono
anche sentiti delusi dall’adesione a un partito che non aveva mutato certi
meccanismi della sua vita interna. Non siamo riusciti a far passare l’immagine di un
partito che ha un disegno complessivo della società. In questo errore siamo caduti
un po’ tutti, il tempo elettorale ci è piombato addosso all’improvviso, abbiamo
sofferto una sconfitta in una situazione oggettivamente disperata. Ora dobbiamo
fare di più del "primum vivere", dobbiamo capire e interpretare il futuro.
In Spagna una sinistra socialista moderna può avere un ruolo, interpretare i
bisogni, essere confermata al governo. Se in Italia non è accaduto, questo non
riguarda soltanto il nostro partito, che certo ha fallito in maniera eclatante la sfida
elettorale, ma l’intero centro-sinistra, e per primo il Partito democratico di Veltroni.
La crisi morale e qualitativa della classe politica italiana rappresenta il degrado
cronico del nostro sistema politico. C’è una ragione se l’antipolitica e il
qualunquismo sono, da Giannini a Grillo, un dato storico del dibattito politico
italiano. Interessi corporativi, localismi, riti familistici costituiscono i mali secolari
dell’Italia. Causa e conseguenza dell’assenza di una piena consapevolezza di
appartenenza alla comunità nazionale. Eppure qualunquismo e antipolitica non
sono i rimedi ma l’inevitabile complemento di questo problema. La “Casta” si
perpetua nella tacita convinzione che tra gestione del potere e sberleffo
qualunquista non sia possibile un giusto mezzo riformista, morale e dignitoso.
Ci vuole la nostra Epinay, come fece nel 1971 in Francia François Mitterrand,
dobbiamo rivolgerci a tutti quei socialisti che non sono nel piccolo Partito
socialista, a tutti coloro - e sono molti di più dell’1% - che condividono i nostri ideali
ma che non abbiamo saputo convincere sinora a camminare insieme. Dopo la
sconfitta delle ultime elezioni è giunto il momento di rinnovare nelle pratiche, nei
metodi e nella politica l’intero Partito socialista.
Questa mozione si prefigge lo scopo di suggerire una visione più attuale, indicare
nuove vie tese ad un inevitabile e doveroso cambiamento. Obiettivo deve essere
un Partito socialista che sia veramente utile al Paese, torni ad avere un ruolo nella
vita collettiva senza preoccuparsi della mera sopravvivenza.
Il deficit di democrazia
Per quanto doverosa e feroce sia l’autocritica, occorre anche dire che la
competizione elettorale ha dimostrato che non esiste solo una “questione
socialista” irrisolta in Italia, esiste una “questione democratica”. Leggi elettorali che
prevedono la nomina dei candidati a rappresentanti del popolo, senza che il
popolo possa sceglierli individualmente; partiti inesistenti o antidemocratici, con
decisioni prese dai rispettivi Principi, proclamati senza elezioni e congressi; un
sistema dell’informazione in mano a pochissime persone, una delle quali alla
Presidenza del Consiglio; un sistema radiotelevisivo fortemente lottizzato e
discriminatorio, come si è potuto registrare in occasione delle recenti consultazioni
elettorali; un sistema finanziario che espropria i cittadini di conoscenze e di
controlli.
I socialisti hanno combattuto una battaglia identitaria senza valutare la natura del
nostro sistema politico-elettorale. Con il nuovo sistema proporzionale, con
sbarramento al 4% per le liste non coalizzate e al 2% per le liste coalizzate, il tema
è il premio di maggioranza. Intanto va sottolineata l’anomalia di un sistema che
mette insieme sbarramento e premio di maggioranza, in quanto entrambi sono
funzionali allo stesso obiettivo: togliere ai piccoli per dare ai grandi. E per di più il
premio di maggioranza produce un orientamento di stampo americano teso alla
riduzione a due dei contendenti. Ci potranno essere tentativi di intesa
Berlusconi/Veltroni per stringere ancora i ceppi del bipartitismo. Noi dobbiamo
contrastare questi tentativi a cominciare dalle prossime riforme delle leggi
elettorali.
Perché arrendersi al Pd è un errore
Il diluvio del 13-14 aprile non è però solo il risultato di orientamenti indotti da una
legge elettorale pericolosa per la democrazia. Le ragioni sono anche i segnali del
più evidente distacco dalle vecchie ideologie politiche. Negli altri Paesi europei
non si votano i socialisti solo per la loro identità, ma per la loro capacità di risolvere
i problemi.
Il progetto del Pd non l’abbiamo contestato per amore di integralismo ideologico,
né per i suoi elementi di innegabile pragmatismo, ma perché inadeguato e
confuso. Non c’è stata nessuna “rimonta”, ma anzi una vittoria di Berlusconi e una
sconfitta storica a Roma. Ora sarebbe assurdo, dopo aver rifiutato l’ingresso nelle
liste del Pd da ospiti, andarvi da sconfitti.
Il Pd, nato da una fusione a freddo tra gruppi dirigenti (ex Ds ed ex Dc) e
appoggiato da forti poteri mediatici, è alle prese con forti tensioni interne: è
all'opposizione, ma una sua parte ha fin d’ora condiviso il progetto del bipartissimo
coatto, che ha caratterizzato il nuovo scenario politico-elettorale, con la
maggioranza berlusconiana. Oggi però sono nate all’interno di quel partito nuove
pulsioni revisonistiche tendenti a proclamare la fine della cosiddetta
autosufficienza, che ha portato al disastro elettorale. E non si tratta di scegliere fra
il ritorno al bipolarismo praticato fino alla caduta del governo Prodi e il bipartitismo
americanizzante proposto da Veltroni. Il problema è invece l'ancoraggio al
socialismo laico e riformista europeo, finora rifiutato e rimosso, ma oggi più
necessario che mai per sostenere la sfida sul terreno della modernità, della libertà
e della giustizia sociale. Con questo nodo il Pd sarà costretto a misurarsi
inevitabilmente se non vuole ridursi a una nuova anomalia italiana.
D'altro lato la sconfitta elettorale ha dissolto l'impianto traballante della Sinistra
Arcobaleno e molte forze, che non sono certo omogenee con quelle paleo e neo
comuniste, né con quelle verdi integraliste, a cominciare da settori di Sinistra
democratica e da alcune aree del riformismo ambientalista, non accettano di
fare la sinistra "dura e pura". Con queste forze il confronto è ancora più urgente. Si
deve discutere con loro come evitare un loro ritorno affrettato nel Pd e come
costruire forme stabili di consultazione e di intesa con noi.
I nuovi bisogni di sicurezza, il fisco ingiusto, la questione salariale e l’arretratezza
della sinistra italiana
Il motivo fondamentale della vittoria di Berlusconi è costituito dalla capacità di
risposta, vera o presunta lo verificheranno i cittadini, sui temi della sicurezza, del
fisco e sulla perdita del potere d’acquisto dei salari e delle pensioni.
Sul primo tema, e in particolare per ciò che riguarda i problemi relativi
all’immigrazione, esistono gravi sottovalutazioni da parte delle forze di sinistra, che
hanno ignorato il fenomeno esaltando in termini ideologici la cosiddetta società
multiculturale. Bisogna nel contempo ribadire che i socialisti sono portatori di una
visione solidale e antirazzista e che l’immigrazione ha portato benefici e si rende
assolutamente indispensabile per le esigenze della nostra economia. I socialisti
sono stati i primi a recepire l’esistenza del fenomeno e attraverso la Legge Martelli
del 1990 hanno affrontato con solidale concretezza l’argomento. Il tema è la
cosiddetta immigrazione clandestina, che tutti a parole intendono combattere,
ma che è stata spesso affrontata in termini di sanatorie, e che è oggi ugualmente
al centro dell’attenzione del governo. Certo essa può essere affrontata solo nel
contesto delle leggi e degli accordi europei e nell’ambito della cooperazione con
gli altri Paesi della Ue.
Siamo sempre stati a favore del fisco giusto. Pagare meno e pagare tutti, visto che
il problema (in questo i limiti di Visco e del governo Prodi sono stati evidenti) non è
quello di far pagare di più a chi già paga, ma di combattere l’evasione e
l’elusione fiscale. Siamo favorevoli al federalismo fiscale, purché contemperato da
un equo fondo perequativo che tenda a redistribuire risorse alle Regioni deboli per
permettere loro di mantenere i servizi.
Siamo per un aumento dei salari e delle pensioni, che hanno perso il loro potere
d’acquisto anche a seguito dell’entrata nell’euro, attraverso una ristrutturazione
della busta paga e della contrattazione. Ma riteniamo che il problema di fondo
del nostro Paese sia la bassa crescita. L’Italia è cresciuta in questi anni l’1% in
meno della media europea. E questo è avvenuto sia con governi di centro destra
sia con governi di centro sinistra. Per rilanciare la crescita occorrono maggiore
stabilità, forti investimenti nelle infrastrutture e nella ricerca, una diversa politica
fiscale volta a incentivare gli investimenti.
Occorre rilanciare un’area riformista capace di cogliere questi temi e di svilupparli
con coerenza. Una sinistra della crescita economica e dello sviluppo, capace di
interpretare i bisogni primari dei cittadini.
Il Socialismo liberale e il socialismo dei cittadini
La sinistra e in particolare il nostro partito hanno segnato la storia del mondo e
dell’Italia per quasi 120 anni, individuando soluzioni non conformiste, dando
dignità ai lavoratori, rendendoli coscienti dei loro diritti: le conquiste sociali e civili
del secolo scorso sono opera nostra.
Ancora oggi abbiamo un compito difficile e più che mai necessario. Dobbiamo
allora ricordarci che il partito deve proporsi come portatore sano di innovazione di
qualità, pur ben radicato nella sua memoria e nei suoi ideali. Senza i quali
l’innovazione diventa marketing. Quindi originalità e qualità sui grandi temi: scuola
pubblica, senza assurde e antistoriche crociate alle scuole private, dove conti il
merito degli insegnanti e degli studenti; lavoro, a proposito del quale non è
possibile che un servizio flessibile costi meno di un servizio rigido; garanzie al
reddito per i lavoratori in un mercato mobile e intermittente; forze dell'ordine, in
proporzione ne abbiamo più che in tanti Paesi europei e questo dovrebbe ben
insegnarci qualcosa sulla difficoltà di garantire la sicurezza senza prevenzione
sociale; casa, che sia garanzia di mobilità sociale per i giovani e di mobilità
geografica per i lavoratori; informazione, e non siamo piazzati bene nella
graduatoria mondiale della libertà d'informazione; Europa; parità tra i sessi. Un
esempio felice in tal senso è stato quello delle “Primarie delle Idee”, rimasto
purtroppo un episodio isolato nel percorso della Costituente. Dobbiamo sviluppare
uno sforzo d’innovazione su tutti i principali temi dell’agenda politica, anche per
rispondere agli elementi di novità che il governo Berlusconi annuncia rispetto alle
precedenti edizioni, soprattutto nei settori del mercato del lavoro e della
modernizzazione della Pubblica Amministrazione, della scuola e dell’università.
Occorre rilanciare un progetto liberalsocialista, moderno, autonomo, capace di
aggregare le forze più vicine, proprio come fu a Epinay: radicali, laici, sinistra
diffusa e senza rappresentanza. L’idea originaria della Rosa nel pugno, quella
sintetizzata nello slogan “Blair-Fortuna-Zapatero”: ossia assieme diritti civili e diritti
sociali, modernità e radicamento sociale.
Questo socialismo liberale, che la nostra tradizione storica aveva precorso sin dai
tempi di Carlo Rosselli e Guido Calogero, è il futuro, dell’Europa e dell’Italia.
C’è un filo rosso che lega l’esperienza della Rosa nel Pugno con quella del Partito
socialista. E’ un’esigenza profonda di affermare i valori dell’area laica, liberale e
socialista, combinati al rifiuto istintivo di un assetto bipartitico che non garantisce
alcuna possibilità d’espressione a quella sensibilità.
Attraverso l’esperienza della Rosa nel pugno si è in qualche modo individuato nel
socialismo liberale l’opzione in grado sia di riaprire in modo serio la Questione
socialista sia di ridare un ruolo decisivo ad un approccio e una cultura che
ritenevamo e riteniamo tuttora fondamentali.
Ripensare oggi insieme socialismo e liberalismo permette di superare i limiti del
socialismo tradizionale, legato ad una logica statalista e dirigista di governo dei
processi, che mal si concilia con quelle che sono le esigenze del Paese, e al
contempo di coniugare la tutela dell’individuo in quanto tale con la capacità di
pensare e perseguire l’interesse collettivo.
La libertà concepita come fine e come mezzo per l’attuazione di valori
fondamentali va a rispondere ad uno dei bisogni essenziali di un Paese tuttora
incatenato da una logica corporativa e familistica, soffocato da una miriade di
lacci e laccioli, deficitario nel rispetto della tutela delle libertà individuali,
incapace di reagire alla crisi perché incapace di liberare le energie migliori di cui
dispone, intrappolate da una mentalità bigotta ed ottusa e da uno Stato allo
stesso tempo pervasivo dove non deve e assente dove servirebbe.
Ancorare finalmente a sinistra le istanze e la tradizione liberalsocialista, senza
ambiguità e senza tentennamenti, significherebbe cambiare lo schieramento
progressista e mettere in difficoltà una destra, liberale a parole, ma incapace di
inverare i proclami in politiche serie e quanto mai necessarie per il nostro Paese. In
quest’ambito, la questione laica non ha niente a che vedere con un radicalismo
anticlericale, ma è l’espressione di una ben più ampia scelta strategica di fondo.
La contemporaneità ci ha abituato a vivere in una società multiculturale e
multireligiosa, dove il dialogo deve essere aperto e presente a tutti i livelli.
Il partito che c’è e che vogliamo far crescere
Il partito che dobbiamo ri-costruire deve cambiare la sua arcaica organizzazione.
Il sistema "orizzontale" delle sezioni e federazioni territoriali, che ancora tiene nelle
realtà medio-piccole, è fallimentare nelle grandi città, dove le persone, e
specialmente quelle appartenenti ai ceti produttivi, abitano in un luogo, lavorano
in un altro, hanno i loro affetti in un altro ancora. Occorre quindi affiancare alla
organizzazione orizzontale un'altra struttura, "verticale", che aggreghi gli iscritti per
temi di interesse - dall'ecologia alle professioni, dai diritti civili alle differenze di
genere e di orientamento sessuale -, sul modello che la Spd in Germania attua da
vent'anni. Occorre cambiare il nostro modello di informazione e, poiché non
abbiamo televisioni che suppliscano, occorre tornare a un'informazione
"molecolare", fatta di Internet, dibattiti, radio. Un partito più democratico e aperto:
non le "primarie" che hanno eletto Veltroni e rischiano di essere solo plebisciti che
legittimano candidature santificate a livello mediatico, ma elezione diretta del
leader del partito da parte degli iscritti! Ipotesi che darebbe finalmente più
potere, e più valore, all'iscrizione: la crisi dei partiti è in primo luogo crisi della loro
vita interna e della partecipazione.
Vi è una grande richiesta di un "partito federale e federato": è in sintonìa con il
dibattito generale del Paese. Occorre prendere sul serio questo dibattito, ma
anche separare gli elementi seri da quelli demagogici o non realistici. Non è
realistico il dibattito sul "partito del Nord": il Nord così inteso è un'astrazione. L'Italia
ha una sua costruzione nazionale che non ha senso sottoporre a questi taglia-ecuci.
Al contrario riteniamo che la soluzione vada ricercata nella direzione
opposta: non smembrare l'Italia, pur riconoscendo un ampio spazio al
regionalismo, ma costruire l'Europa. Lo stesso vale per il partito e per questo motivo
acquista significato la nostra appartenenza al Pse e, se pensiamo
all'accelerazione del processo di globalizzazione, ha senso il nostro essere
all'interno dell'Internazionale Socialista.
E' giusto che abbandoniamo ogni ridicolo residuo morandiano, ogni modello
centralizzato e autoritario al suo interno, ma per ricominciare con più democrazia,
più libertà di dibattito e più articolazione democratica. Ribadiamo la necessità di
"aprire" e "federare" le strutture locali con associazioni tematiche e di altro genere.
Serve un partito che funzioni, che includa, che faccia sentire tutti partecipi.
Le scelte delle alleanze locali vanno sviluppate in piena autonomia, tenendo
presenti gli interessi del territorio e la natura di una forza di sinistra riformista, quale
noi siamo.
Non possiamo però concepire un falso federalismo che serva a coprire la
necessità di sopravvivenza di "piccole cooperative" regionali che hanno solo un
problema: ritornare in qualche Consiglio regionale a qualsiasi costo. Questo è finto
"federalismo", al massimo è un "franchising": ma il Partito socialista non è una
piccola impresa…
Una linea politica autonomista e corsara
Prendiamo in prestito le parole di Macaluso: “Non è pensabile e non è serio che
forze politiche con l’1, 2, 3 % o poco più si definiscano socialiste o comuniste. Un
Partito socialista in tutto il mondo è tale se ha un consenso largo di popolo.”
Alla luce del disastro elettorale, noi non pensiamo che l’obiettivo del Ps nel futuro
sia il recupero dell’1-2 % a ogni scadenza elettorale, fino a raggiungere una massa
critica credibile per un Partito socialista.
Noi ci proponiamo un obiettivo a termine più realistico, ma pur sempre molto
impegnativo. Poiché riteniamo tutt’altro che stabilizzato il quadro della sinistra
italiana e pensiamo che l’area delle forze che possono riconoscersi nel socialismo
europeo riguardi gran parte del Pd, della ex Sinistra Arcobaleno e alcune
componenti presenti nel centro destra, il nostro obiettivo è di contribuire a portare
tutte queste forze alla formazione di un grande Partito socialista, in cui possono
convivere correnti diverse (come avviene in tutta Europa) saldando a questo
processo, in forma organica o federativa, le componenti laiche e liberali di sinistra.
Da questo punto di vista è sbagliata l’ipotesi di posizionarsi in una sorta di spazio
intermedio tra Sinistra Arcobaleno e Pd. E’ l’idea stessa di circoscrivere in un rigido
perimetro di geometria politica l’azione di un partito ad essere erronea; bisogna
accettare il fatto che l’elettore tende sempre più ad anteporre la tutela dei propri
legittimi interessi alla propria connotazione ideologica.
Il Congresso
Corriamo un rischio: che il prossimo congresso sia un luogo dove alcuni, temendo
di avere qualcosa da perdere, chiedano di serrare le fila a qualsiasi costo, in
nome dell'unità, ai fini di conservare l'esistente per metterlo a frutto in qualche
tattica politica, qualche ingegneria di coalizione, che salvaguardi pure posizioni di
potere.
Noi dobbiamo scegliere invece, tutti insieme se possibile, o con un'ampia
maggioranza (che sia ampia ma non equivoca o trasformistica), nella chiarezza
delle posizioni e delle diverse mozioni, una prospettiva di futuro per il partito.
Se parliamo di una “Epinay”, cioè di una riunione di forze sparse unite da una
cultura comune, come avvenne in Francia a suo tempo, rivolgendoci anche fuori
del perimetro della Costituente socialista del 2007, a maggior ragione è
indispensabile che nessuno si senta "ospite in casa d'altri" tra i compagni e le
compagne, provenienti dalle diverse organizzazioni già riunite nella Costituente.
Nessuno potrà pretendere diritti di precedenza e tutti dobbiamo rimetterci in
discussione.
Il richiamo al rinnovamento del gruppo dirigente è scontato, ma rischia di essere
retorico se non cambiano metodi e contenuti, e su questo dovremo misurarci: sarà
il cambiamento della politica a selezionare nuovi dirigenti o a confermarne di
esperti. Il Segretario/a dovrà garantire piena affidabilità nell’attuazione della linea
emersa nel congresso, totale trasparenza dei processi decisionali e massima
agibilità democratica a tutela delle minoranze.
Certamente dobbiamo evitare la continuità. Serve un partito nuovo. Un partito
nuovo per idee e per modello organizzativo.
Il congresso del Partito socialista deve operare una chiara scelta per un partito di
tipo nuovo, federale federativo, che si organizza su battaglie politiche qualificanti
che aggreghino ed interessino ben al di là delle proprie limitate forze. Un partito
che si fa modello proprio di una di queste battaglie, quella per la democrazia
diretta e libera, e che quindi seleziona il proprio gruppo dirigente attraverso
votazioni libere che seguono dibattiti chiari ed aperti e non si trincera dietro
accordi di vertice che esproprino il diritto degli iscritti a fare sentire la propria voce.
Si deve dunque adottare una forma organizzativa consona alla situazione anche
economica del partito, basata su una struttura snella, flessibile, decentrata, in
grado di stabilire intese e patti federativi con formazioni politico-culturali nazionali
o locali interessate alla costruzione del più vasto soggetto socialista.
Una struttura capace di interagire, anche tramite appositi patti federativi o
consultivi, con il tessuto associativo formale e informale che opera sul territorio, i
cui obiettivi siano in sintonia con la nostra cultura politica.
Serve un partito che sappia costruire una formazione socialista ampia, e non ci
riferiamo tanto ai numeri, che certamente sono importanti, ma per le idee, e che
inizi il suo lavoro partendo da una scomposizione del centro sinistra. Noi dobbiamo
superare l'isolamento o l'arroccamento politico e saper intrecciare il dibattito con
le altre forze politiche. Il tempo per lavorare c’è. E noi lo vogliamo utilizzare al
servizio di una tradizione e di una prospettiva che rappresentano l’essenza della
nostra militanza politica.
13:40
Scritto da : mannid
in Mozione Locatelli-Grillini | Link permanente | Commenti (2)
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