23/05/2008
Mozione 1 - Progetto e ricambio
UIAS – UNITA’, IDENTITA’, AUTONOMIA e SINISTRA SOCIALISTA
I° CONGRESSO NAZIONALE DEL PARTITO SOCIALISTA
MOZIONE CONGRESSUALE PRESENTATA DA UIAS
“PROGETTO E RICAMBIO”
PREMESSA
Il Congresso del Partito deve costituire momento essenziale di modifica e di elaborazione
del Progetto Politico e di cambiamento totale dell’assetto dirigenziale. I compagni
presentatori della presente mozione intendono sottolineare la loro divaricazione
profonda con la politica ed il metodo gestionale dell’attuale dirigenza.
Diverso è il progetto, diversa la platea associativa ed elettorale a cui ci si rivolge, diversa
è la forma partito che si vuole, diversi sono gli obbiettivi. Con tante diversità diveniva
fuorviante ed ipocrita poter accedere alla proposta di una mozione unica.
I socialisti, anche con il misero 1%, devono avere vocazione maggioritaria e rigettano
con forza la iniziativa degli ultimi anni, portata avanti dal gruppo dirigente uscente, di
mirare a posizioni di nicchia. Rivolgendosi a categorie specifiche ed altamente minoritarie
che, pur importanti, non rappresentano la storia e la tradizione del socialismo italiano.
La Società dei diversi avrà sicuramente le sue ragioni, ma non possono essere i referenti
principali di un partito che si chiama socialista.
Il mondo del lavoro ed i suoi problemi, la sicurezza nelle città e sul lavoro, la disoccupazione
giovanile, i ritardi sulle Infrastrutture, lo sviluppo del Paese e l’arretratezza del
Mezzogiorno, devono essere questi, tra gli altri, i temi fondamentali di un progetto socialista.
La nostra utenza, la platea elettorale socialista, deve essere, in primis, rappresentata dai
lavoratori, dipendenti ed autonomi, il popolo delle piccole partite iva, i giovani e le
donne, che non si riconoscono in partiti contenitori, onnicomprensivi, che non possono
sostenere compiutamente, perchè paralizzati al proprio interno da posizioni contrastanti,
il mondo del lavoro in tutte le sue sfaccettature.
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I problemi della “nicchia” possono comunque essere considerati ma non com’è stato
fatto, in via prioritaria, rispetto a questioni ben più gravi. Quindi si sono commessi gravi
errori di proposta politica e di individuazione della possibile base elettorale. Il disastro
elettorale era inevitabile.
Il risultato elettorale ha provocato, per la prima volta dopo 116 anni di storia gloriosa,
la scomparsa dal Parlamento nazionale di una rappresentanza socialista. Molte sarebbero
le motivazioni, ma mai, come in questa occasione le responsabilità possono essere
attribuite esclusivamente a fattori esterni e non alla pochezza politica ed organizzativa
del Partito.
Affermare che il tutto è dipeso dalla scelta veltroniana di rifiutare l’apparentamento ai
socialisti è assolutamente fuorviante. Parimenti attribuire il disastro elettorale alla attuale
legge ovvero all’oscuramento subito da tutte le fonti di informazione e comunicazione
può essere vero ma non determinante, la verità è che non si è stati capaci di relazioni
politiche vere ed affidabili.
La disfatta elettorale parte da lontano con scelte e comportamenti del gruppo dirigente
assolutamente errati e con progetti politici inconsistenti. Ripetere da 14 anni la solita litania
che comunque si è tenuta accesa la fiammella socialista, e pertanto tale merito è
ascrivibile agli attuali dirigenti, rasenta il ridicolo.
Tale ragionamento potrebbe avere una qualche ragione per i primi anni (4-5) del post
1994, ma a distanza di 14 anni in cui il Partito non riesce a schiodare da percentuali
da prefisso telefonico, ha una sola motivazione: ”il manico” non funziona ed il gruppo
dirigente non è adeguato.
Il fatto stesso che alle politiche nazionali, dal 94 ad aprile 2008, la dirigenza non aveva
mai presentato il simbolo ufficiale del Partito, quasi vergognandosi di farlo, e realizzando
alleanze sciagurate con soggetti politici distanti da noi (Segni, Dini, Verdi, Rosa
nel Pugno) e comunque con un appiattimento totale con il partner di turno, denota chiaramente
che i dirigenti hanno sempre teso a perpetuare se stessi costituendo al vertice
una sorta di cooperativa in cui la difesa degli interessi personali era prioritaria a quella
del Partito.
I risultati si sono visti, e lascia allibiti il comportamento di alcuni dirigenti, dopo le dimissioni,
speriamo irrevocabili, di Boselli che esercitano, in ogni occasione possibile,
attività di copertura ed auto-assoluzione, assegnando ad altri le loro responsabilità. Dopo
tanti errori non elaborati, la scelta giusta della Unità Socialista veniva gestita nel
peggiore dei modi.
Vi era nella base del Partito e nei compagni che con entusiasmo erano rientrati nella
casa madre, la percezione di dare un senso di fastidio ai vecchi manovratori, quasi di intolleranza
alle loro idee e al loro attivismo. Respingere e non coinvolgere, questa era
l’impressione dei più, al punto che l’UIAS veniva regolarmente esclusa da tutti gli Or3
ganismi di direzione politica e organizzativa senza la pur minima plausibile motivazione.
La stessa richiesta, poi accolta, di fare un Congresso a mozioni veniva considerata un
atto ostile e di divisione. Oggi di che stiamo parlando? Di scindere l’atomo? Di un Partito
che non c’è più. Si può dividere l’inesistente? Oppure dobbiamo, come noi riteniamo,
azzerare tutto e ricominciare da capo?
Ciò che fa specie è il fatto che la vecchia dirigenza fa finta di nulla, continua imperterrita
a gestire, si fa per dire, quel poco che è rimasto e riprende a manovrare come se avessimo
un Partito di milioni di voti riproponendosi a dirigere con una buona dose di
arroganza e di faccia tosta.
E’ possibile che non si comprende che per evitare il fuggi-fuggi e sperare in una
possibile rinascita occorre un segnale forte a cominciare dall’abbandono immediato di
tutti gli incarichi da parte della dirigenza responsabile della catastrofe elettorale evitando
di scaricare tutte le colpe su Boselli, a cui se non altro va dato atto di aversene assunto
le responsabilità.
E’ possibile che un Partito possa continuare a vivere senza un serio progetto politico,
continuando ad insistere su argomenti di nicchia fuori dalla storia e dalla tradizione socialista?
La convocazione del Congresso è stata fatta in un modo assolutamente irrituale.
Il Comitato Promotore Nazionale non ha alcuna legittimazione a convocare, decidere
stabilire regole non avendo ricevuta alcuna delega democratica da parte degli iscritti.
Il fatto stesso che per la presentazione delle Mozioni gli stessi componenti del Comitato
possano evitare la raccolta delle firme necessarie, costituisce un atto palesemente illegittimo.
Sull’altare della urgenza e del rinnovamento si può anche ovviare a tali decisioni.
Ciò a cui non possiamo rinunciare è uno svolgimento trasparente e democratico
dell’assise congressuale con l’agibilità politica ed organizzativa per tutte le componenti
interne e l’accettazione dei soccombenti dei risultati congressuali. Per un partito fatto
di militanti e non di generali senza soldati vanno lanciati segnali forti con il ricambio
completo del gruppo dirigente e con il varo di un progetto politico che rinnovi la tradizione
socialista di Partito di lavoratori con al centro del suo agire politico il mondo
del lavoro e le sue problematiche.
1. C’È BISOGNO DEL SOCIALISMO !
Le recenti elezioni hanno messo a nudo le criticità vere della sinistra italiana ed impongono
con ancora più forza la centralità della questione socialista.
Una sinistra che non riesce più a parlare con la gente e che è schiacciata tra un massimalismo
estremista che non affronta con realismo e capacità di governo i problemi del
Paese ed un’ammucchiata neocentrista composta da quelli che dovevano costituire un
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partito del centro sinistra riformista, si è dimostrata fallimentare. Tra la gente del Nord,
tra gli operai, nel proletariato oramai disilluso da un governo Prodi speso tra demagogia
e velleitarismi, frammentazione e liti comuni. La sinistra di governo non può convivere
con il massimalismo e non riesce a trovare il coraggio di intese larghe ed impegnative
con quelle forze riformiste che, per motivi speculari, non riescono a trovare spazio
nell’altro campo.
In prima battuta dobbiamo dunque riproporre la nostra storia esattamente dove, circa
vent’anni fa, era stata lasciata. Ricordiamo l’impegno degli anni 80 di riproporre nella
tradizione laica e riformista del socialismo liberale italiano un partito moderno, non ideologico,
aperto al confronto e soprattutto ricco dei temi di una governance matura in
grado di consentire al Paese di riproporre il suo livello di civiltà in un modo divenuto
complesso e competitivo.
Quel nobile tentativo fu attaccato e sconfitto drammaticamente dall’alleanza tra i postcomunisti
e la destra forcaiola e populista. Da allora l’Italia s’è avviata lungo un declino
che continua e che si aggrava di giorno in giorno.
La “politica” ripiega su sé stessa e non capisce più il Paese, che non frattempo regge e
cerca di ripartire.
Questo è un punto importante perché, siamo convinti, non si può non ricominciare di
qui.
Le difficoltà sempre più palesi che si frappongono lungo il cammino della costruzione
del “partito democratico” devono indurci a riflettere con attenzione sul tema del “socialismo”,
sui suoi spazi politici, sulle sue prospettive. Siamo, infatti, convinti che la sinistra
italiana si trovi ad un bivio importante: ispirarsi alla strada del riformismo e quindi
rivedere una parte significativa della sua storia, ovvero abbandonarsi alla deriva massimalista
sapendo che, tramontata definitivamente l’utopia comunista, non esistono soluzioni.
Dobbiamo adottare in tempi strettissimi decisioni di grande visibilità che possano
costituire, per la sinistra italiana, un punto di riferimento preciso, chiaro e decifrabile.
Dobbiamo ricostituire al più presto un credibile soggetto socialista moderno
.
Partiamo, infatti, dalla convinzione che mai come in questo momento sia necessaria una
forza autenticamente socialista, ispirata al riformismo e con una strategia chiaramente
alternativa a quel neocentrismo che in questi anni, in assenza di dialogo politico si è
appiattito su posizioni neoconservatrici e neo liberali. La stessa lettura del bipolarismo
va affrontata alla luce della storia nazionale.
Fin quando, nel quadro della guerra fredda, esso si è focalizzata su un polo popolare
democratico (la DC) ed uno di marxismo democratico (il PCI), tutte due le aree fortemente
condizionate da una presenza laico-socialista debole elettoralmente, ma forte sul
piano culturale e programmatico,il sistema ha funzionato. Quando, per effetto del crollo
del modello comunista e l’esaurimento del bipolarismo globale, si sarebbe dovuto dispiegare
un modello socialdemocratico, riformista e liberale e si è determinato in Italia
un bipolarismo anomalo che ha distinto il campo politico in una destra ed in una sinistra
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che non corrispondevano né alla storia nazionale, né alla sua cultura, né alle effettive risorse
in campo. Questa “anomalia”, in gran parte riconducibile ad una cultura politica
ancora non matura per una situazione diventata all’improvviso più complessa, può e
deve essere sanata. Sono in corso, infatti, importanti processi di riaggregazione neocentristi
e la stessa evoluzione del DS nel PD testimonia a sufficienza che è in atto un processo.
Dobbiamo agganciarci a questo processo e dobbiamo contribuire ad una sua evoluzione.Se pensiamo che l’idea di un socialismo riformista e moderno, aperto al mercato ma
non appiattito sui suoi precetti; progressista, profondamente legato allo Stato ed alle sue
Istituzioni (e per questo anche laico), non sia morto, è giunta l’ora per dialogare seriamentecon quella parte della sinistra italiana (che noi pensiamo sia maggioritaria) oramai
stanca delle incertezze dei post-comunisti e delle spinte neocentriste degli exdemocristiani.
Noi riteniamo che il percorso che ha portato alla costruzione del partito
democratico sia stato fallimentare e che tra le componenti ex DS ed ex Margherita sussistano
diversità significative che devono essere ricondotte alla “storia” di questi due
Partiti, che ne rendono difficile la fusione se non si esprimerà una capacità di superarle
in maniera definitiva, comunque, ad oggi, il PD sembra solo questione degli addetti ai
lavori.
Noi, che non siamo né “ex” né “post”, che non discutiamo l’appartenenza alla famiglia
del socialismo europeo (anzi ne siamo orgogliosi partecipanti) e che siamo gli eredi della
gloriosa tradizione del socialismo riformista e liberale, pensiamo che sia giunto il
momento di proporre una prospettiva al popolo della sinistra italiana ed a tutti coloro
che in questi anni bui della “seconda repubblica” non sono riusciti a riconoscersi in valori
ed in prassi estranee alla nostra tradizione politica e culturale. Si tratta in primo
luogo di riaffermare i valori della democrazia come partecipazione alla gestione delpotere, alla socializzazione dei saperi e delle conoscenze, al rilancio di processi di crescita
e di progresso.
Non pensiamo che possa essere disperso il patrimonio di lotte e di battaglie civili che ha
permesso all’Italia di costruire anche modelli di sviluppo industriale all’avanguardia (si
pensi all’esperienza Olivetti) e di diventare quindi un punto di riferimento a livello globale.
Apparteniamo alla famiglia della sinistra e vogliamo restarci; ma, nello stesso
tempo, riteniamo che, tramontata definitivamente l’utopia comunista, occorra riprendere
un cammino che in una società globalizzata e complessa come quella che viviamo,
non può non comportare una profonda discussione della democrazia, dei suoi strumenti,
delle sue potenzialità in termini di libertà, d’inclusione sociale, di benessere diffuso, di
progresso e di civiltà.
2. IL SOCIALISMO ED UNA NUOVA SINISTRA
La storia della socialdemocrazia europea è dunque vitale ed una serie di segnali ci indica
che la strada è percorribile anche nel nostro Paese. D’altra parte, la violenta distruzione
connessa con la fine della “prima Repubblica”, non ha prodotto nessuno dei risul6
tati attesi: né la governabilità, né, soprattutto, un ricambio politico che avrebbe dovuto
provocare anche un ricambio di classi dirigenti. L’intero sistema politico è risultato
“compresso” entro due poli, quello di centro destra e quello di centro sinistra, che non
riescono più a contenere l’articolazione politica e culturale, particolarmente presente in
un Paese, come l’Italia, con una storia molto intricata ed un insieme di tradizioni culturali
molto ricche ed articolate. Ne è, in sostanza, derivata una semplificazione più simile
alle logiche anglosassoni, in cui il peso dello Stato e dell’Amministrazione è stato
storicamente più separato che da noi dagli accadimenti della società civile e
dall’economia.
A sinistra, ovviamente le cose sono più complesse, giacché qui occorre considerare anche
la sconfitta definitiva, sul piano storico e su quello culturale, del modello comunista,
che pure in Italia ha macinato idee ed esperienze non tutte negative come nei Paesi
del “socialismo reale”.
Pensiamo che la “democrazia” – di cui si deve tornare a discutere seriamente – sia non
solo un valore irrinunciabile ma l’essenza stessa di una società moderna, progressiva e
competitiva: essa è inclusiva, tollerante, progressista e laica. E’ la sostanza di un confrontocontinuo in cui emergono le classi dirigenti ed attraverso cui la “politica” registra
la “domanda” sociale, la elabora e fissa obiettivi sempre più ambiziosi. E’ dunque “progressista”,
in senso oggettivo e soggettivo ad un tempo: perché fissa obiettivi di progresso
e di crescita e perché costruisce gli strumenti di controllo sociale. Bisogna anche
aggiungere che un buon funzionamento della democrazia non può esserci se non si restituisce
un ruolo centrale ai partiti come luoghi della partecipazione, del confronto,
dell’elaborazione, della composizione di interessi contrapposti. Pensiamo ovviamente a
partiti moderni, capaci di coniugare capacità di dialogo e d’elaborazione culturale, su
un modello organizzativo non “anglosassone” (il partito-elettorale) ma europeo ed italiano.
Il socialismo riformista e moderno ha in questo da sempre considerato il sistema democratico
come centrale ed irrinunciabile: al suo interno possono giocarsi le dinamiche
dell’inclusione sociale, della tolleranza, del progresso. Qui si marca anche la differenza
nostra da altre tradizioni. Da quella “liberale” innanzitutto ed oggi apparentemente predominante.
Noi non pensiamo affatto che il mercato da solo possa risolvere le criticità
di una socialità complessa come quella moderna. Al contrario occorre garantire un equilibrio
nella distribuzione del reddito e negli accessi ai saperi cosicché lo stesso mercato
ne possa risultare arricchito; ed avere il coraggio d’innovazioni profonde e sostanziali
e garantire le libertà individuali senza che questo sia di ostacolo all’eguaglianza.
Una “democrazia” moderna, in un mondo globale, è sicuramente un qualcosa di estremamente
complesso che incide in maniera profonda anche sugli assetti politici ed istituzionali.
Si tratta allora di recuperare tutto il patrimonio d’idee e di elaborazione prodotto, di aggiornarlo
e di riproporre un metodo di lavoro e di ragionamento in cui radici diverse
possano essere verificate in riferimento ai problemi concreti della governance. Per questo,ad esempio, pensiamo che la “laicità” “radicale” sia perdente; perché essa impedisce,
di fatto, il raggiungimento di una base comune di dialogo con il mondo cattolico e,
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così come tutte le posizioni radicali ed estremistiche, determina integralismi che ritardano
i processi evolutivi e dialettici.
Per motivi analoghi e speculari, rigettiamo anche il post-comunismo, che s’indigna
troppo facilmente sulle criticità della società moderna ma che poi non è in grado di trovare
soluzioni. Se l’evoluzione post-comunismo è rappresentata da una “terza via”,
massimalista, ideologica, giustizialista, intollerante, dobbiamo avere la forza ed il coraggio
di opporci. Così come non accettiamo il sostanziale conservatorismo neocentrista,
non possiamo accettare il conservatorismo di sinistra, tenacemente attaccato alla difesa
d’interessi sociali indifendibili, di privilegi che danneggiano l’economia, di una astratta
morale che nulla ha a che fare con la ricchezza di una politica giocata
nell’interesse di strategie di lungo periodo e di finalità progressiste da conseguire. E’
giunto il momento di ritornare a ragionare di contenuti e di consentire quindi alle forze
politiche di aggregarsi e di dividersi su questi e non su astratte formule le quali non
producono quell’indispensabile “pervasività” sociale che è il cuore stesso di un sistema
democratico.
Abbiamo il timore che, con l’insistere sulle formule, si perdano definitivamente di vista
i contenuti e ci si logori, com’è successo in questi anni, in un sempre più stanco confronto
tra posizioni che non esprimono nulla. Ancora una volta il socialismo riformista
costituisce un’alternativa reale e concreta. Una risposta ad un’astrattezza che interessa
sempre meno, ad un degrado della vita politica ed amministrativa, alla difesa sterile di
elementi che non riusciamo più a cogliere con precisione.
3. I TEMPI E LE NECESSITÀ DELLA POLITICA
Occorre far presto. Siamo molto preoccupati per un Paese che ancora non ritrova né la
sua unità né obiettivi concreti e strategici su cui aggregarsi: in un mondo competitivo,
occorre avere un sistema produttivo concorrenziale. Bisogna produrre più ricchezza per
Dobbiamo rilanciare una sinistra come forza di progresso e di sviluppo. Capace di
cogliere le esigenze vere dei cittadini. In questo laica perché aperta a più soluzioni
ma sensibile allo spirito ed alla nostra identità.
Dobbiamo rilanciare una sinistra capace di pensare al futuro con ottimismo, di
parlare ai cittadini, di fare scelte chiare, senza preoccuparsi di scontentare qualcuno.
Dobbiamo rilanciare una sinistra capace di raccogliere le sfide della globalità, di
integrare i popoli, di garantire libertà e sicurezza ed eguaglianza.
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distribuirla. Anche in questo caso dobbiamo ricostruire quelle “eccellenze” che ci hanno
fatto diventare una potenza mondiale e che ora non ci sono più. Dobbiamo pensare
(per poi investire !) in ricerca ed in tecnologie. Dobbiamo potenziare i nostri centri di
ricerca e le nostre Università. Dobbiamo proporci al mondo con i nostri talenti, che sono
tanti ma non inesauribili. Vanno dunque valorizzati e stabilmente inseriti nelle Istituzioni.
Vogliamo così contribuire al recupero di quella posizione che il nostro Paese ha
avuto negli anni passati e che ne ha fatto un punto di riferimento internazionale in quanto
a civiltà, a scienza, a tecnologia e che ha avuto un convinto e profondo tributo dal
socialismo riformista.
Questa tradizione va riproposta. Analizzandone gli errori e potenziandone i punti di
forza. Non siamo riusciti a porre al centro dell’attenzione, quando i tempi sembravano
maturi (dopo la caduta del muro di Berlino), una prospettiva di Partito in grado di raccogliere
il meglio del riformismo italiano.
E’ ora maturo il tempo di riprendere quel cammino. Non dov’era stato lasciato (perché
nel corso della storia tutto viene capitalizzato) ma “oggi”, con le prospettive e con le
criticità del moderno, arricchiti dalle esperienze di un mondo sempre più globale ed integrato.
E’ stata teorizzata l’azione di governo- ideologica con conseguenza di aver causato:
- L’annullamento dell’identità dei Partiti nati per coagulare la volontà popolare su basi
valoriali ed ideologiche con il risultato di avere creato oligarchie al potere senza
apparente identità politica e mancanza ormai trentennale del ricambio della classe
politica;
- La legge elettorale con la quale abbiamo votato è il pieno compimento di questo liberticida
disegno che ha estromesso il cittadino da ogni possibile scelta del proprio
candidato;
- L’emarginazione dei giovani con la programmatica precarietà del lavoro e lo svilimento
esistenziale e civico dei cittadini;
- La stura di “basse pulsioni” emarginanti e razziste di alcune parti della popolazione;
- La demotivazione di tanti cittadini, spesso indotti a trasgredire leggi capestro e burocrazie
sempre più opprimenti;
Mentre lo sviluppo dirompente delle tecnologie e la velocizzazione della comunicazione
richiedono una diversa concezione etica, politica e funzionale della Pubblica Amministrazione
che ponga al centro della propria sopravvivenza il cittadino ed i suoi diritti.
4. SVILUPPO E RIFORME
Il Paese ha bisogno di un rilancio dell’economia. Nell’èra della globalizzazione non si
può non partire da una seria riflessione sulla competitività del nostro sistema produttivo.
L’Italia, come del resto gran parte d’Europa, deve riconquistare un ruolo nel mondo
specie dopo che a livello comunitario si è convenuto, con il cosiddetto “Processo di Lisbona”,
di puntare su un modello di sviluppo economico imperniato sulle “conoscenze”,
sui saperi, sulla tecnologia e sulla ricerca. Un potenziamento della ricerca e
dell’ammodernamento organizzativo e tecnologico deve quindi costituire un punto fer9
mo a cui orientarsi. I ritardi accumulati risentono di molteplici cause, ma da noi assumono
proporzioni che ci distanziano ulteriormente dai partner europei e determinanoemergenze che non possono essere più rinviate. In questo senso è necessario che gli investimenti
in ricerca applicata costituiscano una priorità importante, sia a livello pubblico
sia a livello privato.
A questo va aggiunta una particolare attenzione alle Piccole e medie aziende (in special
modo alle “medie” imprese) che hanno da sempre costituito il tessuto importante
dell’economia italiana. Pensiamo quindi ad un deciso potenziamento di “distretti” produttivi
specializzati e nella costruzione di una rete che li ponga in comunicazione e che
faciliti la commercializzazione dei prodotti. In parallelo occorre riprendere con vigore
la costruzione di infrastrutture materiali (strade, porti ed in genere vie di comunicazioni).
Il rilancio del tema della infrastrutturazione materiale ed immateriale diventa allora
centrale e direttamente collegato alle tematiche della crescita.
Le “liberalizzazioni”, che noi auspichiamo, non devono solo costituire un “alleggerimento”
delle competenze pubbliche, ma anche e soprattutto la nascita di un vero mercato
di cui i cittadini possano beneficiare con prezzi inferiori e servizi migliori. La concorrenza
allora diventa il riferimento di un modello di crescita al cui centro c’è
l’interesse del cittadino e che ridisegna le funzioni, gli spazi operativi e le responsabilità
della “cosa pubblica”: a) definire le regole del mercato e le soglie minime al di sotto
delle quali non è possibile scendere (in termini di prestazioni e servizi) e b) dedicarsi in
maniera più efficace all’integrazione ed al miglioramento di quelle funzioni di sicurezza
e di “beni comuni” che non possono essere derogati. Il concetto di “livello essenziale
delle prestazioni” (LEP), evocato nel riscritto Titolo V° della Costituzione, potrebbe assorbire
una parte non irrilevante d’impegno pubblico nelle varie materie: dalla sanità,
all’istruzione, alla giustizia, all’economia.
Mettere in atto, insomma, un sistema di tutele del cittadino da migliorare continuamente
comporta orientamenti che tendono a modificare il tradizionale ruolo della politica
senza modificarne il significato essenziale. Si tratta di giocare un ruolo di mediazione e
di sintesi che “diffonde” e, ad un tempo, “determina” il benessere.
Naturalmente avviare un processo di riforme comporta anche lo smantellamento di alcuni
di quei “fattori di ritardo” che hanno reso difficile proseguire lungo il cammino intrapreso.
In maniera molto sintetica pensiamo a:
a) un intervento serio sul sistema pensionistico finalizzato a garantire una prospettiva
vera a chi entra adesso nel mercato del lavoro e ad interventi coraggiosi e creativi
in tema di “invecchiamento attivo”, anche sul modello di alcune esperienze
già realizzate nell’Europa settentrionale;
b) ad interventi che migliorino la legge “Biagi” (il cui impianto noi condividiamo),
soprattutto in termini di “ammortizzatori” e di matching domanda/offerta;c) alla costruzione di un “secondo pilastro” in materia di assistenza sanitaria (ad esempio
introducendo la polizza assicurativa obbligatoria al di sopra di alcune fasce
di reddito);
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d) alla liberalizzazione regolamentata del mercato dei capitali, che possa facilitare
l’accesso al credito e favorire gli investimenti finanziari, garantendo con opportuni
strumenti di controllo gli investitori privati;
e) riformare seriamente e definitivamente la scuola, la ricerca e l’università.
Se c’è un campo in cui occorre demolire demagogie ed incomprensioni un caso tipico è
rappresentato dalla scuola. Da anni, dalla riforma Berlinguer, la scuola italiana si trascinain continue sperimentazioni che ne hanno demolito alcuni fondamenti, radicati nel
tempo e che producevano, nell’insieme, un complesso abbastanza efficiente di offerta
formativa. Negli anni si è messo mano alle architetture senza soffermarsi sui contenuti
del sapere e senza rendersi conto che il modello “formativo” dell’impianto “gentiliano”
non poteva essere sostituito da un modello “cognitivo” che non fosse poi in grado di inseguire
ed aggiornare il constante e sempre più rapido progresso tecnologico. Noi pensiamo
che, sulla tipologia verso cui si stanno orientando altri Paesi europei (dalla Francia
alla Germania), occorre ritornare al modello formativo e lasciare alla formazione
superiore (universitaria e tecnologica) il compito di fornire le necessarie conoscenze
specifiche, creando anche un sistema di offerta formativa “lungo tutto l’arco della vita”.
Occorre allora ritornare a discutere sui “programmi” scolastici e ridefinire quel “livello
minimo di competenze” che devono essere acquisite al fine della formazione di una cultura
improntata ai valori democratici e pronta a registrare ogni innovazione ed ogni
nuovo sapere. Riorganizzare, a partire dall’impianto della legge “Moratti” (che sostanzialmente
condividiamo), una chiara ripartizione tra “Licei” e “Formazione ed Istruzione
professionale” e soffermarsi molto, moltissimo, sui poli d’eccellenza, a livello secondario
(recuperando quindi la grande esperienza degli Istituti professionale e dei tecnici),
ed a livello universitario.
Sul tema delle riforme pensiamo che debbano essere rafforzati gli strumenti di controllo
sulle aziende che accedono alla borsa e che anzi quest’ultima debba essere ricondotta
alla sua importante e sostanziale funzione storica che è stata quella di finanziare le imprese
(e non di consentire movimenti speculativi). Si tratterebbe di un’operazione efficace
e rilevante che potrebbe ristabilire un clima di fiducia tra i risparmiatori. Occorre
però grande determinazione e trasparenza.
PARTITO DEL LAVORO
Resta ancora un tema importante per una forza di “sinistra”: quello del lavoro. Siamo
convinti della sostanziale giustezza di una legge, fortemente demonizzata dalla sinistra
massimalista, quale la “Biagi” (peraltro esplicitamente collegata al “Pacchetto Treu”
adottato nel corso della precedente legislatura). Si tratta di un impianto lavoristico che
riordina le tipologie di contratto e introduce elementi per un loro controllo sociale e politico.
E’ sbagliato identificare precariato e flessibilità. Si tratta di due concetti diversiche, se contrapposti, impediscono una riflessione seria su un tema sicuramente insidioso.
Soprattutto se si pensa che è la stessa categoria di “lavoro” ad essersi modificata
nell’èra della globalità. Pur con le necessarie tutele (basterebbe ad esempio individuare
alcuni diritti ed alcune soglie minime), il lavoro è sempre di più produttore di reddito
piuttosto che di salario, quando è qualificato e paradossalmente sempre più precario
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quando è poco qualificato. Una forza di sinistra allora non può non assumere quale
principio valoriale quello della qualificazione del lavoro e del controllo del mercato.
Siamo più vicini al pensiero liberale che a quello massimalista, perché siamo dei convinti
riformisti e perché vogliamo che il lavoro, così come le dinamiche del mercato,
siano funzionali alla qualità della vita di tutti e non all’arricchimento di pochi gruppi di
potere.
Siamo di sinistra e pensiamo che, proprio come forza di sinistra, abbiamo
l’obbligo di sostenere il progresso, con coraggio, con onestà intellettuale, con ottimismo
e con determinazione.Dopo che nell’ultimo decennio ci siamo dotati di leggi “moderne” sul Mercato del lavoro
(Pacchetto Treu e Legge Biagi), è forse maturo il momento di interrogarsi sui risultati
conseguiti e, in sintonia anche con l’evoluzione europea del tema, porsi qualche obiettivo
più ambizioso. Non c’è dubbio che i nuovi strumenti abbiano facilitato
l’accesso al lavoro ed il suo mantenimento in situazioni di particolare difficoltà ma,
d’altra parte, è anche necessario riconoscere che è emerso un problema di “precarizzazione”
(forse meno reale di quanto percepito) che presenta aspetti drammatici e richiede
interventi. Occorre ricordare che, nell’Ambito del tema della flexicurity, a Bruxelles siparla sempre più spesso di “qualità” del lavoro e che tale concetto ingloba ovviamente
anche l’area delle “tutele” (durata, retribuzione, garanzie, ecc.).
Riteniamo che questa terza fase di politiche per il lavoro debba concentrarsi su due criticità:
la definizione di precisi target di persone, la cui aspettativa di vita si costruisce
attorno al “tipo” di lavoro esercitato (e, più precisamente, sulle “garanzie” che esso offre)
e sulla divaricazione sempre più netta e profonda che si è venuta determinando in
questi ultimi anni tra impiego “pubblico” ed impiego “privato”.
Riguardo al primo aspetto basta partire dalla banale considerazione che il “tasso di precarietà”
è inversamente proporzionato all’età del lavoratore: è evidente che un impiego
di entrata (diciamo 18-30 anni) non può essere rapportato alla maturità lavorativa (31-
49 anni) e che per il post 50enni vanno studiati strumenti specifici che possono anche
interrelarsi con misure “passive” e con gli ammortizzatori. Questa fase di politiche del
lavoro dovrà dunque essere concentrata sempre di più su segmenti di età (i target, appunto)
al fine di predisporre strumenti di sostegno idonei ed efficaci.
Il secondo punto richiede uno sforzo di onestà intellettuale notevole. Tutti sanno che
Ministeri, Regioni ed in genere Enti pubblici sono pieno di co.co.co. . Il fenomeno si è
sviluppato in relazione al blocco delle assunzioni pubbliche, al ritardo di sostanziali
processi di razionalizzazione del lavoro e ad un oggettivo processo di invecchiamento.
Le dimensioni del fenomeno incominciano a diventare preoccupanti ed è necessario avviare
una riflessione da subito. Le procedure amministrative infatti sono soggette ad
una evoluzione molto rapida in considerazione dell’impatto che sta avendo il processo
di integrazione europea che, nel fissare la moneta unica, ha di fatto già spostato alcune
sovranità di tipo macroeconomico da Roma a Bruxelles. E’ ovvio che il rapporto tra
macro e micro economia, per quanto riguarda le finanze pubbliche è molto stretto (si
pensi al Patto di stabilità ed ai Patti stabiliti dai vari governi con Regioni ed enti locali).
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Dunque la razionalizzazione della Pubblica amministrazione è tema serio ed importante
da collocare nel suo contesto giusto e, soprattutto, da affrontare con il massimo coinvolgimento
sindacale ma anche con una chiara consapevolezza della strategia: introdurre
anche da noi una cultura dell’obiettivo ed arricchire tutti quegli strumenti (dal monitoraggio
alla valutazione) in grado di consentire la necessaria flessibilità delle policy.
Siamo convinti che esistano sacche di occupazione potenziali e che è opportuno porsi
seriamente il problema al fine di evitare un “improvviso” ricambio ed un oggettivo invecchiamento
degli apparati che già denota preoccupanti derive.
Infine occorre richiamare l’inattuazione di un insieme di strumenti, già previsti da varie
normative: si parte in questo dal tema della “occupabilità” e dalla necessità di costruire
un sistema nazionale di lifelong learning (formazione lungo tutto l’arco della vita), specieora che, con l’importanza che potrebbe assumere la contrattazione di secondo livello,
la carriera professionale ed il suo sviluppo diventa oggetto concreto di produttività e
di retribuzione; ancora il SIL (l’incrocio domanda/offerta di lavoro) va, anch’essa targettizzata
e, sul modello dei sistemi del Nord Europa, ricondotto a microgruppi omogenei
ed a competenze professionali specifiche e di “distretto”.
In Italia è in atto una offensiva neo-liberista: meno Stato, riduzione delle imposte dirette
gravanti sulle così dette “forze vive del Paese” ed aumento della pressione fiscale indiretta;
ulteriore spostamento della ripartizione dei redditi a favore dei profitti e a danno
dei salari; minima tassazione dei redditi da capitali; riduzione del costo del lavoro e ricorso
facilitato alle forme di occupazione atipiche.
Si fa strada la convinzione che il peggioramento della situazione economica “reale” sia
dovuto non solo agli effetti di una mancanza di regole, ma anche all’incepparsi della
macchina che muove il nostro sistema-Paese.
Per questo, la Sinistra deve proporre un programma alternativo, basato sui seguenti presupposti:
A. la realtà economico-sociale deve essere ancorata su principi di carattere generale, cioè
deve essere indirizzata da fini e da valori determinati: e non deve essere lasciata assestarsi
in equilibri regolati da automatismi (il mercato) in cui nessun presupposto qualitativo
può trovare spazio.
B. Il profitto non è un valore etico, ma un misuratore dell’efficienza: alla sua determinazione
concorrono non soltanto i risultati tipici dell’impresa, ma anche le conseguenze
dell’attività imprenditoriale sulle persone e sul territorio.
C. Lo sviluppo del Paese deve essere uniforme sul piano sociale e sul piano territoriale.
1. sul piano sociale, significa che tutti i cittadini, senza distinzione di sesso e di razza,
debbono avere le stesse basi di partenza, le stesse possibilità di decidere la
propria vita;
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2. sul piano territoriale, significa che la politica economica nazionale ha la missione
di promuovere il benessere di tutte le regioni italiane, nessuna esclusa. Conseguentemente
i problemi dell’Italia meridionale non devono essere visti in modo
particolare, ma affrontati nella considerazione che la non soluzione dei medesimi
riguarda tutto il Paese;
D. I fattori dell’economia reale: estrazione, agricoltura, industria, distribuzione comunicazioni,
importazioni, esportazioni, sono le basi fondamentali dello sviluppo del Paese.
I fattori dell’economia monetaria e finanziaria sono complementari alla economia reale.
A questo si aggiunga il fatto che il “sistema Italia” é declinato, nel complessivo contesto
economico europeo, in alcuni settori produttivi importanti.
Dalla chimica alla meccanica, dalla farmaceutica all’alimentazione, dal turismo allo
spettacolo, la proprietà di un numero crescente di imprese italiane non appartiene più al
nostro Paese.
Questo significa che sono stati trasferiti all’estero i centri decisionali e i servizi di ricerca
di comparti importanti della economia nazionale.
Anche questo fenomeno dimostra la incapacità di una parte rilevante della imprenditoria
italiana di partecipare al rinnovamento del sistema industriale e finanziario del Paese:
anzi, essa sta rivelando una crescente tendenza al profitto immediato, allo sfruttamento
delle rendite di posizione, all’accollo alla collettività nazionale degli oneri delle
ristrutturazioni, ed infine alla cessione a imprese straniere di aziende o di parte di aziende,
senza riguardo per gli interessi generali del Paese.
Interventi sbagliati sui processi economici, nel passato anche recente, hanno contribuito
al crearsi e al mantenersi di un modello di sviluppo che ha presentato e permesso distorsioni
evidenti:
a) una anomalia strutturale, causata, da un lato, dalla scelta della produzione dei beni di
consumo finale e caratterizzata da insufficienti contenuti di ricerca, di innovazione, di
tecnologie avanzate;
b) una visione limitata al breve periodo, basata sulla competitività di prezzo, che ha alternato
moderazione salariale e manovre del tasso di cambio, (che comportavano periodiche
svalutazioni nei momenti in cui il valore estero della lira produceva perdita di
competitività);
13:35
Scritto da : mannid
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| Tag: congresso, partito, socialista, mozione | OKNOtizie |
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