Mozione 1 – Progetto e ricambio

UIAS UNITA’, IDENTITA’, AUTONOMIA e SINISTRA SOCIALISTA

 

I° CONGRESSO NAZIONALE DEL PARTITO SOCIALISTA

 

MOZIONE CONGRESSUALE PRESENTATA DA UIAS

 

“PROGETTO E RICAMBIO”

 

PREMESSA

Il Congresso del Partito deve costituire momento essenziale di modifica e di elaborazione

del Progetto Politico e di cambiamento totale dell’assetto dirigenziale. I compagni

presentatori della presente mozione intendono sottolineare la loro divaricazione

profonda con la politica ed il metodo gestionale dell’attuale dirigenza.

Diverso è il progetto, diversa la platea associativa ed elettorale a cui ci si rivolge, diversa

è la forma partito che si vuole, diversi sono gli obbiettivi. Con tante diversità diveniva

fuorviante ed ipocrita poter accedere alla proposta di una mozione unica.

I socialisti, anche con il misero 1%, devono avere vocazione maggioritaria e rigettano

con forza la iniziativa degli ultimi anni, portata avanti dal gruppo dirigente uscente, di

mirare a posizioni di nicchia. Rivolgendosi a categorie specifiche ed altamente minoritarie

che, pur importanti, non rappresentano la storia e la tradizione del socialismo italiano.

La Società dei diversi avrà sicuramente le sue ragioni, ma non possono essere i referenti

principali di un partito che si chiama socialista.

Il mondo del lavoro ed i suoi problemi, la sicurezza nelle città e sul lavoro, la disoccupazione

giovanile, i ritardi sulle Infrastrutture, lo sviluppo del Paese e l’arretratezza del

Mezzogiorno, devono essere questi, tra gli altri, i temi fondamentali di un progetto socialista.

La nostra utenza, la platea elettorale socialista, deve essere, in primis, rappresentata dai

lavoratori, dipendenti ed autonomi, il popolo delle piccole partite iva, i giovani e le

donne, che non si riconoscono in partiti contenitori, onnicomprensivi, che non possono

sostenere compiutamente, perchè paralizzati al proprio interno da posizioni contrastanti,

il mondo del lavoro in tutte le sue sfaccettature.

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I problemi della “nicchia” possono comunque essere considerati ma non com’è stato

fatto, in via prioritaria, rispetto a questioni ben più gravi. Quindi si sono commessi gravi

errori di proposta politica e di individuazione della possibile base elettorale. Il disastro

elettorale era inevitabile.

Il risultato elettorale ha provocato, per la prima volta dopo 116 anni di storia gloriosa,

la scomparsa dal Parlamento nazionale di una rappresentanza socialista. Molte sarebbero

le motivazioni, ma mai, come in questa occasione le responsabilità possono essere

attribuite esclusivamente a fattori esterni e non alla pochezza politica ed organizzativa

del Partito.

Affermare che il tutto è dipeso dalla scelta veltroniana di rifiutare l’apparentamento ai

socialisti è assolutamente fuorviante. Parimenti attribuire il disastro elettorale alla attuale

legge ovvero all’oscuramento subito da tutte le fonti di informazione e comunicazione

può essere vero ma non determinante, la verità è che non si è stati capaci di relazioni

politiche vere ed affidabili.

La disfatta elettorale parte da lontano con scelte e comportamenti del gruppo dirigente

assolutamente errati e con progetti politici inconsistenti. Ripetere da 14 anni la solita litania

che comunque si è tenuta accesa la fiammella socialista, e pertanto tale merito è

ascrivibile agli attuali dirigenti, rasenta il ridicolo.

Tale ragionamento potrebbe avere una qualche ragione per i primi anni (4-5) del post

1994, ma a distanza di 14 anni in cui il Partito non riesce a schiodare da percentuali

da prefisso telefonico, ha una sola motivazione: ”il manico” non funziona ed il gruppo

dirigente non è adeguato.

Il fatto stesso che alle politiche nazionali, dal 94 ad aprile 2008, la dirigenza non aveva

mai presentato il simbolo ufficiale del Partito, quasi vergognandosi di farlo, e realizzando

alleanze sciagurate con soggetti politici distanti da noi (Segni, Dini, Verdi, Rosa

nel Pugno) e comunque con un appiattimento totale con il partner di turno, denota chiaramente

che i dirigenti hanno sempre teso a perpetuare se stessi costituendo al vertice

una sorta di cooperativa in cui la difesa degli interessi personali era prioritaria a quella

del Partito.

I risultati si sono visti, e lascia allibiti il comportamento di alcuni dirigenti, dopo le dimissioni,

speriamo irrevocabili, di Boselli che esercitano, in ogni occasione possibile,

attività di copertura ed auto-assoluzione, assegnando ad altri le loro responsabilità. Dopo

tanti errori non elaborati, la scelta giusta della Unità Socialista veniva gestita nel

peggiore dei modi.

Vi era nella base del Partito e nei compagni che con entusiasmo erano rientrati nella

casa madre, la percezione di dare un senso di fastidio ai vecchi manovratori, quasi di intolleranza

alle loro idee e al loro attivismo. Respingere e non coinvolgere, questa era

l’impressione dei più, al punto che l’UIAS veniva regolarmente esclusa da tutti gli Or3

ganismi di direzione politica e organizzativa senza la pur minima plausibile motivazione.

La stessa richiesta, poi accolta, di fare un Congresso a mozioni veniva considerata un

atto ostile e di divisione. Oggi di che stiamo parlando? Di scindere l’atomo? Di un Partito

che non c’è più. Si può dividere l’inesistente? Oppure dobbiamo, come noi riteniamo,

azzerare tutto e ricominciare da capo?

Ciò che fa specie è il fatto che la vecchia dirigenza fa finta di nulla, continua imperterrita

a gestire, si fa per dire, quel poco che è rimasto e riprende a manovrare come se avessimo

un Partito di milioni di voti riproponendosi a dirigere con una buona dose di

arroganza e di faccia tosta.

E’ possibile che non si comprende che per evitare il fuggi-fuggi e sperare in una

possibile rinascita occorre un segnale forte a cominciare dall’abbandono immediato di

tutti gli incarichi da parte della dirigenza responsabile della catastrofe elettorale evitando

di scaricare tutte le colpe su Boselli, a cui se non altro va dato atto di aversene assunto

le responsabilità.

E’ possibile che un Partito possa continuare a vivere senza un serio progetto politico,

continuando ad insistere su argomenti di nicchia fuori dalla storia e dalla tradizione socialista?

La convocazione del Congresso è stata fatta in un modo assolutamente irrituale.

Il Comitato Promotore Nazionale non ha alcuna legittimazione a convocare, decidere

stabilire regole non avendo ricevuta alcuna delega democratica da parte degli iscritti.

Il fatto stesso che per la presentazione delle Mozioni gli stessi componenti del Comitato

possano evitare la raccolta delle firme necessarie, costituisce un atto palesemente illegittimo.

Sull’altare della urgenza e del rinnovamento si può anche ovviare a tali decisioni.

Ciò a cui non possiamo rinunciare è uno svolgimento trasparente e democratico

dell’assise congressuale con l’agibilità politica ed organizzativa per tutte le componenti

interne e l’accettazione dei soccombenti dei risultati congressuali. Per un partito fatto

di militanti e non di generali senza soldati vanno lanciati segnali forti con il ricambio

completo del gruppo dirigente e con il varo di un progetto politico che rinnovi la tradizione

socialista di Partito di lavoratori con al centro del suo agire politico il mondo

del lavoro e le sue problematiche.

1. C’È BISOGNO DEL SOCIALISMO !

Le recenti elezioni hanno messo a nudo le criticità vere della sinistra italiana ed impongono

con ancora più forza la centralità della questione socialista.

Una sinistra che non riesce più a parlare con la gente e che è schiacciata tra un massimalismo

estremista che non affronta con realismo e capacità di governo i problemi del

Paese ed un’ammucchiata neocentrista composta da quelli che dovevano costituire un

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partito del centro sinistra riformista, si è dimostrata fallimentare. Tra la gente del Nord,

tra gli operai, nel proletariato oramai disilluso da un governo Prodi speso tra demagogia

e velleitarismi, frammentazione e liti comuni. La sinistra di governo non può convivere

con il massimalismo e non riesce a trovare il coraggio di intese larghe ed impegnative

con quelle forze riformiste che, per motivi speculari, non riescono a trovare spazio

nell’altro campo.

In prima battuta dobbiamo dunque riproporre la nostra storia esattamente dove, circa

vent’anni fa, era stata lasciata. Ricordiamo l’impegno degli anni 80 di riproporre nella

tradizione laica e riformista del socialismo liberale italiano un partito moderno, non ideologico,

aperto al confronto e soprattutto ricco dei temi di una governance matura in

grado di consentire al Paese di riproporre il suo livello di civiltà in un modo divenuto

complesso e competitivo.

Quel nobile tentativo fu attaccato e sconfitto drammaticamente dall’alleanza tra i postcomunisti

e la destra forcaiola e populista. Da allora l’Italia s’è avviata lungo un declino

che continua e che si aggrava di giorno in giorno.

La “politica” ripiega su sé stessa e non capisce più il Paese, che non frattempo regge e

cerca di ripartire.

Questo è un punto importante perché, siamo convinti, non si può non ricominciare di

qui.

Le difficoltà sempre più palesi che si frappongono lungo il cammino della costruzione

del “partito democratico” devono indurci a riflettere con attenzione sul tema del “socialismo”,

sui suoi spazi politici, sulle sue prospettive. Siamo, infatti, convinti che la sinistra

italiana si trovi ad un bivio importante: ispirarsi alla strada del riformismo e quindi

rivedere una parte significativa della sua storia, ovvero abbandonarsi alla deriva massimalista

sapendo che, tramontata definitivamente l’utopia comunista, non esistono soluzioni.

Dobbiamo adottare in tempi strettissimi decisioni di grande visibilità che possano

costituire, per la sinistra italiana, un punto di riferimento preciso, chiaro e decifrabile.

Dobbiamo ricostituire al più presto un credibile soggetto socialista moderno

.

Partiamo, infatti, dalla convinzione che mai come in questo momento sia necessaria una

forza autenticamente socialista, ispirata al riformismo e con una strategia chiaramente

alternativa a quel neocentrismo che in questi anni, in assenza di dialogo politico si è

appiattito su posizioni neoconservatrici e neo liberali. La stessa lettura del bipolarismo

va affrontata alla luce della storia nazionale.

Fin quando, nel quadro della guerra fredda, esso si è focalizzata su un polo popolare

democratico (la DC) ed uno di marxismo democratico (il PCI), tutte due le aree fortemente

condizionate da una presenza laico-socialista debole elettoralmente, ma forte sul

piano culturale e programmatico,il sistema ha funzionato. Quando, per effetto del crollo

del modello comunista e l’esaurimento del bipolarismo globale, si sarebbe dovuto dispiegare

un modello socialdemocratico, riformista e liberale e si è determinato in Italia

un bipolarismo anomalo che ha distinto il campo politico in una destra ed in una sinistra

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che non corrispondevano né alla storia nazionale, né alla sua cultura, né alle effettive risorse

in campo. Questa “anomalia”, in gran parte riconducibile ad una cultura politica

ancora non matura per una situazione diventata all’improvviso più complessa, può e

deve essere sanata. Sono in corso, infatti, importanti processi di riaggregazione neocentristi

e la stessa evoluzione del DS nel PD testimonia a sufficienza che è in atto un processo.

Dobbiamo agganciarci a questo processo e dobbiamo contribuire ad una sua evoluzione.

Se pensiamo che l’idea di un socialismo riformista e moderno, aperto al mercato ma

non appiattito sui suoi precetti; progressista, profondamente legato allo Stato ed alle sue

Istituzioni (e per questo anche laico), non sia morto, è giunta l’ora per dialogare seriamente

con quella parte della sinistra italiana (che noi pensiamo sia maggioritaria) oramai

stanca delle incertezze dei post-comunisti e delle spinte neocentriste degli exdemocristiani.

Noi riteniamo che il percorso che ha portato alla costruzione del partito

democratico sia stato fallimentare e che tra le componenti ex DS ed ex Margherita sussistano

diversità significative che devono essere ricondotte alla “storia” di questi due

Partiti, che ne rendono difficile la fusione se non si esprimerà una capacità di superarle

in maniera definitiva, comunque, ad oggi, il PD sembra solo questione degli addetti ai

lavori.

Noi, che non siamo né “ex” né “post”, che non discutiamo l’appartenenza alla famiglia

del socialismo europeo (anzi ne siamo orgogliosi partecipanti) e che siamo gli eredi della

gloriosa tradizione del socialismo riformista e liberale, pensiamo che sia giunto il

momento di proporre una prospettiva al popolo della sinistra italiana ed a tutti coloro

che in questi anni bui della “seconda repubblica” non sono riusciti a riconoscersi in valori

ed in prassi estranee alla nostra tradizione politica e culturale. Si tratta in primo

luogo di riaffermare i valori della democrazia come partecipazione alla gestione del

potere, alla socializzazione dei saperi e delle conoscenze, al rilancio di processi di crescita

e di progresso.

Non pensiamo che possa essere disperso il patrimonio di lotte e di battaglie civili che ha

permesso all’Italia di costruire anche modelli di sviluppo industriale all’avanguardia (si

pensi all’esperienza Olivetti) e di diventare quindi un punto di riferimento a livello globale.

Apparteniamo alla famiglia della sinistra e vogliamo restarci; ma, nello stesso

tempo, riteniamo che, tramontata definitivamente l’utopia comunista, occorra riprendere

un cammino che in una società globalizzata e complessa come quella che viviamo,

non può non comportare una profonda discussione della democrazia, dei suoi strumenti,

delle sue potenzialità in termini di libertà, d’inclusione sociale, di benessere diffuso, di

progresso e di civiltà.

2. IL SOCIALISMO ED UNA NUOVA SINISTRA

La storia della socialdemocrazia europea è dunque vitale ed una serie di segnali ci indica

che la strada è percorribile anche nel nostro Paese. D’altra parte, la violenta distruzione

connessa con la fine della “prima Repubblica”, non ha prodotto nessuno dei risul6

tati attesi: né la governabilità, né, soprattutto, un ricambio politico che avrebbe dovuto

provocare anche un ricambio di classi dirigenti. L’intero sistema politico è risultato

“compresso” entro due poli, quello di centro destra e quello di centro sinistra, che non

riescono più a contenere l’articolazione politica e culturale, particolarmente presente in

un Paese, come l’Italia, con una storia molto intricata ed un insieme di tradizioni culturali

molto ricche ed articolate. Ne è, in sostanza, derivata una semplificazione più simile

alle logiche anglosassoni, in cui il peso dello Stato e dell’Amministrazione è stato

storicamente più separato che da noi dagli accadimenti della società civile e

dall’economia.

A sinistra, ovviamente le cose sono più complesse, giacché qui occorre considerare anche

la sconfitta definitiva, sul piano storico e su quello culturale, del modello comunista,

che pure in Italia ha macinato idee ed esperienze non tutte negative come nei Paesi

del “socialismo reale”.

Pensiamo che la “democrazia” – di cui si deve tornare a discutere seriamente – sia non

solo un valore irrinunciabile ma l’essenza stessa di una società moderna, progressiva e

competitiva: essa è inclusiva, tollerante, progressista e laica. E’ la sostanza di un confronto

continuo in cui emergono le classi dirigenti ed attraverso cui la “politica” registra

la “domanda” sociale, la elabora e fissa obiettivi sempre più ambiziosi. E’ dunque “progressista”,

in senso oggettivo e soggettivo ad un tempo: perché fissa obiettivi di progresso

e di crescita e perché costruisce gli strumenti di controllo sociale. Bisogna anche

aggiungere che un buon funzionamento della democrazia non può esserci se non si restituisce

un ruolo centrale ai partiti come luoghi della partecipazione, del confronto,

dell’elaborazione, della composizione di interessi contrapposti. Pensiamo ovviamente a

partiti moderni, capaci di coniugare capacità di dialogo e d’elaborazione culturale, su

un modello organizzativo non “anglosassone” (il partito-elettorale) ma europeo ed italiano.

Il socialismo riformista e moderno ha in questo da sempre considerato il sistema democratico

come centrale ed irrinunciabile: al suo interno possono giocarsi le dinamiche

dell’inclusione sociale, della tolleranza, del progresso. Qui si marca anche la differenza

nostra da altre tradizioni. Da quella “liberale” innanzitutto ed oggi apparentemente predominante.

Noi non pensiamo affatto che il mercato da solo possa risolvere le criticità

di una socialità complessa come quella moderna. Al contrario occorre garantire un equilibrio

nella distribuzione del reddito e negli accessi ai saperi cosicché lo stesso mercato

ne possa risultare arricchito; ed avere il coraggio d’innovazioni profonde e sostanziali

e garantire le libertà individuali senza che questo sia di ostacolo all’eguaglianza.

Una “democrazia” moderna, in un mondo globale, è sicuramente un qualcosa di estremamente

complesso che incide in maniera profonda anche sugli assetti politici ed istituzionali.

Si tratta allora di recuperare tutto il patrimonio d’idee e di elaborazione prodotto, di aggiornarlo

e di riproporre un metodo di lavoro e di ragionamento in cui radici diverse

possano essere verificate in riferimento ai problemi concreti della governance. Per questo,

ad esempio, pensiamo che la “laicità” “radicale” sia perdente; perché essa impedisce,

di fatto, il raggiungimento di una base comune di dialogo con il mondo cattolico e,

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così come tutte le posizioni radicali ed estremistiche, determina integralismi che ritardano

i processi evolutivi e dialettici.

Per motivi analoghi e speculari, rigettiamo anche il post-comunismo, che s’indigna

troppo facilmente sulle criticità della società moderna ma che poi non è in grado di trovare

soluzioni. Se l’evoluzione post-comunismo è rappresentata da una “terza via”,

massimalista, ideologica, giustizialista, intollerante, dobbiamo avere la forza ed il coraggio

di opporci. Così come non accettiamo il sostanziale conservatorismo neocentrista,

non possiamo accettare il conservatorismo di sinistra, tenacemente attaccato alla difesa

d’interessi sociali indifendibili, di privilegi che danneggiano l’economia, di una astratta

morale che nulla ha a che fare con la ricchezza di una politica giocata

nell’interesse di strategie di lungo periodo e di finalità progressiste da conseguire. E’

giunto il momento di ritornare a ragionare di contenuti e di consentire quindi alle forze

politiche di aggregarsi e di dividersi su questi e non su astratte formule le quali non

producono quell’indispensabile “pervasività” sociale che è il cuore stesso di un sistema

democratico.

Abbiamo il timore che, con l’insistere sulle formule, si perdano definitivamente di vista

i contenuti e ci si logori, com’è successo in questi anni, in un sempre più stanco confronto

tra posizioni che non esprimono nulla. Ancora una volta il socialismo riformista

costituisce un’alternativa reale e concreta. Una risposta ad un’astrattezza che interessa

sempre meno, ad un degrado della vita politica ed amministrativa, alla difesa sterile di

elementi che non riusciamo più a cogliere con precisione.

3. I TEMPI E LE NECESSITÀ DELLA POLITICA

Occorre far presto. Siamo molto preoccupati per un Paese che ancora non ritrova né la

sua unità né obiettivi concreti e strategici su cui aggregarsi: in un mondo competitivo,

occorre avere un sistema produttivo concorrenziale. Bisogna produrre più ricchezza per

Dobbiamo rilanciare una sinistra come forza di progresso e di sviluppo. Capace di

cogliere le esigenze vere dei cittadini. In questo laica perché aperta a più soluzioni

ma sensibile allo spirito ed alla nostra identità.

Dobbiamo rilanciare una sinistra capace di pensare al futuro con ottimismo, di

parlare ai cittadini, di fare scelte chiare, senza preoccuparsi di scontentare qualcuno.

Dobbiamo rilanciare una sinistra capace di raccogliere le sfide della globalità, di

integrare i popoli, di garantire libertà e sicurezza ed eguaglianza.

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distribuirla. Anche in questo caso dobbiamo ricostruire quelle “eccellenze” che ci hanno

fatto diventare una potenza mondiale e che ora non ci sono più. Dobbiamo pensare

(per poi investire !) in ricerca ed in tecnologie. Dobbiamo potenziare i nostri centri di

ricerca e le nostre Università. Dobbiamo proporci al mondo con i nostri talenti, che sono

tanti ma non inesauribili. Vanno dunque valorizzati e stabilmente inseriti nelle Istituzioni.

Vogliamo così contribuire al recupero di quella posizione che il nostro Paese ha

avuto negli anni passati e che ne ha fatto un punto di riferimento internazionale in quanto

a civiltà, a scienza, a tecnologia e che ha avuto un convinto e profondo tributo dal

socialismo riformista.

Questa tradizione va riproposta. Analizzandone gli errori e potenziandone i punti di

forza. Non siamo riusciti a porre al centro dell’attenzione, quando i tempi sembravano

maturi (dopo la caduta del muro di Berlino), una prospettiva di Partito in grado di raccogliere

il meglio del riformismo italiano.

E’ ora maturo il tempo di riprendere quel cammino. Non dov’era stato lasciato (perché

nel corso della storia tutto viene capitalizzato) ma “oggi”, con le prospettive e con le

criticità del moderno, arricchiti dalle esperienze di un mondo sempre più globale ed integrato.

E’ stata teorizzata l’azione di governo- ideologica con conseguenza di aver causato:

– L’annullamento dell’identità dei Partiti nati per coagulare la volontà popolare su basi

valoriali ed ideologiche con il risultato di avere creato oligarchie al potere senza

apparente identità politica e mancanza ormai trentennale del ricambio della classe

politica;

– La legge elettorale con la quale abbiamo votato è il pieno compimento di questo liberticida

disegno che ha estromesso il cittadino da ogni possibile scelta del proprio

candidato;

– L’emarginazione dei giovani con la programmatica precarietà del lavoro e lo svilimento

esistenziale e civico dei cittadini;

– La stura di “basse pulsioni” emarginanti e razziste di alcune parti della popolazione;

– La demotivazione di tanti cittadini, spesso indotti a trasgredire leggi capestro e burocrazie

sempre più opprimenti;

Mentre lo sviluppo dirompente delle tecnologie e la velocizzazione della comunicazione

richiedono una diversa concezione etica, politica e funzionale della Pubblica Amministrazione

che ponga al centro della propria sopravvivenza il cittadino ed i suoi diritti.

4. SVILUPPO E RIFORME

Il Paese ha bisogno di un rilancio dell’economia. Nell’èra della globalizzazione non si

può non partire da una seria riflessione sulla competitività del nostro sistema produttivo.

L’Italia, come del resto gran parte d’Europa, deve riconquistare un ruolo nel mondo

specie dopo che a livello comunitario si è convenuto, con il cosiddetto “Processo di Lisbona”,

di puntare su un modello di sviluppo economico imperniato sulle “conoscenze”,

sui saperi, sulla tecnologia e sulla ricerca. Un potenziamento della ricerca e

dell’ammodernamento organizzativo e tecnologico deve quindi costituire un punto fer9

mo a cui orientarsi. I ritardi accumulati risentono di molteplici cause, ma da noi assumono

proporzioni che ci distanziano ulteriormente dai partner europei e determinano

emergenze che non possono essere più rinviate. In questo senso è necessario che gli investimenti

in ricerca applicata costituiscano una priorità importante, sia a livello pubblico

sia a livello privato.

A questo va aggiunta una particolare attenzione alle Piccole e medie aziende (in special

modo alle “medie” imprese) che hanno da sempre costituito il tessuto importante

dell’economia italiana. Pensiamo quindi ad un deciso potenziamento di “distretti” produttivi

specializzati e nella costruzione di una rete che li ponga in comunicazione e che

faciliti la commercializzazione dei prodotti. In parallelo occorre riprendere con vigore

la costruzione di infrastrutture materiali (strade, porti ed in genere vie di comunicazioni).

Il rilancio del tema della infrastrutturazione materiale ed immateriale diventa allora

centrale e direttamente collegato alle tematiche della crescita.

Le “liberalizzazioni”, che noi auspichiamo, non devono solo costituire un “alleggerimento”

delle competenze pubbliche, ma anche e soprattutto la nascita di un vero mercato

di cui i cittadini possano beneficiare con prezzi inferiori e servizi migliori. La concorrenza

allora diventa il riferimento di un modello di crescita al cui centro c’è

l’interesse del cittadino e che ridisegna le funzioni, gli spazi operativi e le responsabilità

della “cosa pubblica”: a) definire le regole del mercato e le soglie minime al di sotto

delle quali non è possibile scendere (in termini di prestazioni e servizi) e b) dedicarsi in

maniera più efficace all’integrazione ed al miglioramento di quelle funzioni di sicurezza

e di “beni comuni” che non possono essere derogati. Il concetto di “livello essenziale

delle prestazioni” (LEP), evocato nel riscritto Titolo V° della Costituzione, potrebbe assorbire

una parte non irrilevante d’impegno pubblico nelle varie materie: dalla sanità,

all’istruzione, alla giustizia, all’economia.

Mettere in atto, insomma, un sistema di tutele del cittadino da migliorare continuamente

comporta orientamenti che tendono a modificare il tradizionale ruolo della politica

senza modificarne il significato essenziale. Si tratta di giocare un ruolo di mediazione e

di sintesi che “diffonde” e, ad un tempo, “determina” il benessere.

Naturalmente avviare un processo di riforme comporta anche lo smantellamento di alcuni

di quei “fattori di ritardo” che hanno reso difficile proseguire lungo il cammino intrapreso.

In maniera molto sintetica pensiamo a:

a) un intervento serio sul sistema pensionistico finalizzato a garantire una prospettiva

vera a chi entra adesso nel mercato del lavoro e ad interventi coraggiosi e creativi

in tema di “invecchiamento attivo”, anche sul modello di alcune esperienze

già realizzate nell’Europa settentrionale;

b) ad interventi che migliorino la legge “Biagi” (il cui impianto noi condividiamo),

soprattutto in termini di “ammortizzatori” e di matching domanda/offerta;

c) alla costruzione di un “secondo pilastro” in materia di assistenza sanitaria (ad esempio

introducendo la polizza assicurativa obbligatoria al di sopra di alcune fasce

di reddito);

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d) alla liberalizzazione regolamentata del mercato dei capitali, che possa facilitare

l’accesso al credito e favorire gli investimenti finanziari, garantendo con opportuni

strumenti di controllo gli investitori privati;

e) riformare seriamente e definitivamente la scuola, la ricerca e l’università.

Se c’è un campo in cui occorre demolire demagogie ed incomprensioni un caso tipico è

rappresentato dalla scuola. Da anni, dalla riforma Berlinguer, la scuola italiana si trascina

in continue sperimentazioni che ne hanno demolito alcuni fondamenti, radicati nel

tempo e che producevano, nell’insieme, un complesso abbastanza efficiente di offerta

formativa. Negli anni si è messo mano alle architetture senza soffermarsi sui contenuti

del sapere e senza rendersi conto che il modello “formativo” dell’impianto “gentiliano”

non poteva essere sostituito da un modello “cognitivo” che non fosse poi in grado di inseguire

ed aggiornare il constante e sempre più rapido progresso tecnologico. Noi pensiamo

che, sulla tipologia verso cui si stanno orientando altri Paesi europei (dalla Francia

alla Germania), occorre ritornare al modello formativo e lasciare alla formazione

superiore (universitaria e tecnologica) il compito di fornire le necessarie conoscenze

specifiche, creando anche un sistema di offerta formativa “lungo tutto l’arco della vita”.

Occorre allora ritornare a discutere sui “programmi” scolastici e ridefinire quel “livello

minimo di competenze” che devono essere acquisite al fine della formazione di una cultura

improntata ai valori democratici e pronta a registrare ogni innovazione ed ogni

nuovo sapere. Riorganizzare, a partire dall’impianto della legge “Moratti” (che sostanzialmente

condividiamo), una chiara ripartizione tra “Licei” e “Formazione ed Istruzione

professionale” e soffermarsi molto, moltissimo, sui poli d’eccellenza, a livello secondario

(recuperando quindi la grande esperienza degli Istituti professionale e dei tecnici),

ed a livello universitario.

Sul tema delle riforme pensiamo che debbano essere rafforzati gli strumenti di controllo

sulle aziende che accedono alla borsa e che anzi quest’ultima debba essere ricondotta

alla sua importante e sostanziale funzione storica che è stata quella di finanziare le imprese

(e non di consentire movimenti speculativi). Si tratterebbe di un’operazione efficace

e rilevante che potrebbe ristabilire un clima di fiducia tra i risparmiatori. Occorre

però grande determinazione e trasparenza.

PARTITO DEL LAVORO

Resta ancora un tema importante per una forza di “sinistra”: quello del lavoro. Siamo

convinti della sostanziale giustezza di una legge, fortemente demonizzata dalla sinistra

massimalista, quale la “Biagi” (peraltro esplicitamente collegata al “Pacchetto Treu”

adottato nel corso della precedente legislatura). Si tratta di un impianto lavoristico che

riordina le tipologie di contratto e introduce elementi per un loro controllo sociale e politico.

E’ sbagliato identificare precariato e flessibilità. Si tratta di due concetti diversi

che, se contrapposti, impediscono una riflessione seria su un tema sicuramente insidioso.

Soprattutto se si pensa che è la stessa categoria di “lavoro” ad essersi modificata

nell’èra della globalità. Pur con le necessarie tutele (basterebbe ad esempio individuare

alcuni diritti ed alcune soglie minime), il lavoro è sempre di più produttore di reddito

piuttosto che di salario, quando è qualificato e paradossalmente sempre più precario

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quando è poco qualificato. Una forza di sinistra allora non può non assumere quale

principio valoriale quello della qualificazione del lavoro e del controllo del mercato.

Siamo più vicini al pensiero liberale che a quello massimalista, perché siamo dei convinti

riformisti e perché vogliamo che il lavoro, così come le dinamiche del mercato,

siano funzionali alla qualità della vita di tutti e non all’arricchimento di pochi gruppi di

potere.

Siamo di sinistra e pensiamo che, proprio come forza di sinistra, abbiamo

l’obbligo di sostenere il progresso, con coraggio, con onestà intellettuale, con ottimismo

e con determinazione.

Dopo che nell’ultimo decennio ci siamo dotati di leggi “moderne” sul Mercato del lavoro

(Pacchetto Treu e Legge Biagi), è forse maturo il momento di interrogarsi sui risultati

conseguiti e, in sintonia anche con l’evoluzione europea del tema, porsi qualche obiettivo

più ambizioso. Non c’è dubbio che i nuovi strumenti abbiano facilitato

l’accesso al lavoro ed il suo mantenimento in situazioni di particolare difficoltà ma,

d’altra parte, è anche necessario riconoscere che è emerso un problema di “precarizzazione”

(forse meno reale di quanto percepito) che presenta aspetti drammatici e richiede

interventi. Occorre ricordare che, nell’Ambito del tema della flexicurity, a Bruxelles si

parla sempre più spesso di “qualità” del lavoro e che tale concetto ingloba ovviamente

anche l’area delle “tutele” (durata, retribuzione, garanzie, ecc.).

Riteniamo che questa terza fase di politiche per il lavoro debba concentrarsi su due criticità:

la definizione di precisi target di persone, la cui aspettativa di vita si costruisce

attorno al “tipo” di lavoro esercitato (e, più precisamente, sulle “garanzie” che esso offre)

e sulla divaricazione sempre più netta e profonda che si è venuta determinando in

questi ultimi anni tra impiego “pubblico” ed impiego “privato”.

Riguardo al primo aspetto basta partire dalla banale considerazione che il “tasso di precarietà”

è inversamente proporzionato all’età del lavoratore: è evidente che un impiego

di entrata (diciamo 18-30 anni) non può essere rapportato alla maturità lavorativa (31-

49 anni) e che per il post 50enni vanno studiati strumenti specifici che possono anche

interrelarsi con misure “passive” e con gli ammortizzatori. Questa fase di politiche del

lavoro dovrà dunque essere concentrata sempre di più su segmenti di età (i target, appunto)

al fine di predisporre strumenti di sostegno idonei ed efficaci.

Il secondo punto richiede uno sforzo di onestà intellettuale notevole. Tutti sanno che

Ministeri, Regioni ed in genere Enti pubblici sono pieno di co.co.co. . Il fenomeno si è

sviluppato in relazione al blocco delle assunzioni pubbliche, al ritardo di sostanziali

processi di razionalizzazione del lavoro e ad un oggettivo processo di invecchiamento.

Le dimensioni del fenomeno incominciano a diventare preoccupanti ed è necessario avviare

una riflessione da subito. Le procedure amministrative infatti sono soggette ad

una evoluzione molto rapida in considerazione dell’impatto che sta avendo il processo

di integrazione europea che, nel fissare la moneta unica, ha di fatto già spostato alcune

sovranità di tipo macroeconomico da Roma a Bruxelles. E’ ovvio che il rapporto tra

macro e micro economia, per quanto riguarda le finanze pubbliche è molto stretto (si

pensi al Patto di stabilità ed ai Patti stabiliti dai vari governi con Regioni ed enti locali).

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Dunque la razionalizzazione della Pubblica amministrazione è tema serio ed importante

da collocare nel suo contesto giusto e, soprattutto, da affrontare con il massimo coinvolgimento

sindacale ma anche con una chiara consapevolezza della strategia: introdurre

anche da noi una cultura dell’obiettivo ed arricchire tutti quegli strumenti (dal monitoraggio

alla valutazione) in grado di consentire la necessaria flessibilità delle policy.

Siamo convinti che esistano sacche di occupazione potenziali e che è opportuno porsi

seriamente il problema al fine di evitare un “improvviso” ricambio ed un oggettivo invecchiamento

degli apparati che già denota preoccupanti derive.

Infine occorre richiamare l’inattuazione di un insieme di strumenti, già previsti da varie

normative: si parte in questo dal tema della “occupabilità” e dalla necessità di costruire

un sistema nazionale di lifelong learning (formazione lungo tutto l’arco della vita), specie

ora che, con l’importanza che potrebbe assumere la contrattazione di secondo livello,

la carriera professionale ed il suo sviluppo diventa oggetto concreto di produttività e

di retribuzione; ancora il SIL (l’incrocio domanda/offerta di lavoro) va, anch’essa targettizzata

e, sul modello dei sistemi del Nord Europa, ricondotto a microgruppi omogenei

ed a competenze professionali specifiche e di “distretto”.

In Italia è in atto una offensiva neo-liberista: meno Stato, riduzione delle imposte dirette

gravanti sulle così dette “forze vive del Paese” ed aumento della pressione fiscale indiretta;

ulteriore spostamento della ripartizione dei redditi a favore dei profitti e a danno

dei salari; minima tassazione dei redditi da capitali; riduzione del costo del lavoro e ricorso

facilitato alle forme di occupazione atipiche.

Si fa strada la convinzione che il peggioramento della situazione economica “reale” sia

dovuto non solo agli effetti di una mancanza di regole, ma anche all’incepparsi della

macchina che muove il nostro sistema-Paese.

Per questo, la Sinistra deve proporre un programma alternativo, basato sui seguenti presupposti:

A. la realtà economico-sociale deve essere ancorata su principi di carattere generale, cioè

deve essere indirizzata da fini e da valori determinati: e non deve essere lasciata assestarsi

in equilibri regolati da automatismi (il mercato) in cui nessun presupposto qualitativo

può trovare spazio.

B. Il profitto non è un valore etico, ma un misuratore dell’efficienza: alla sua determinazione

concorrono non soltanto i risultati tipici dell’impresa, ma anche le conseguenze

dell’attività imprenditoriale sulle persone e sul territorio.

C. Lo sviluppo del Paese deve essere uniforme sul piano sociale e sul piano territoriale.

1. sul piano sociale, significa che tutti i cittadini, senza distinzione di sesso e di razza,

debbono avere le stesse basi di partenza, le stesse possibilità di decidere la

propria vita;

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2. sul piano territoriale, significa che la politica economica nazionale ha la missione

di promuovere il benessere di tutte le regioni italiane, nessuna esclusa. Conseguentemente

i problemi dell’Italia meridionale non devono essere visti in modo

particolare, ma affrontati nella considerazione che la non soluzione dei medesimi

riguarda tutto il Paese;

D. I fattori dell’economia reale: estrazione, agricoltura, industria, distribuzione comunicazioni,

importazioni, esportazioni, sono le basi fondamentali dello sviluppo del Paese.

I fattori dell’economia monetaria e finanziaria sono complementari alla economia reale.

A questo si aggiunga il fatto che il “sistema Italia” é declinato, nel complessivo contesto

economico europeo, in alcuni settori produttivi importanti.

Dalla chimica alla meccanica, dalla farmaceutica all’alimentazione, dal turismo allo

spettacolo, la proprietà di un numero crescente di imprese italiane non appartiene più al

nostro Paese.

Questo significa che sono stati trasferiti all’estero i centri decisionali e i servizi di ricerca

di comparti importanti della economia nazionale.

Anche questo fenomeno dimostra la incapacità di una parte rilevante della imprenditoria

italiana di partecipare al rinnovamento del sistema industriale e finanziario del Paese:

anzi, essa sta rivelando una crescente tendenza al profitto immediato, allo sfruttamento

delle rendite di posizione, all’accollo alla collettività nazionale degli oneri delle

ristrutturazioni, ed infine alla cessione a imprese straniere di aziende o di parte di aziende,

senza riguardo per gli interessi generali del Paese.

Interventi sbagliati sui processi economici, nel passato anche recente, hanno contribuito

al crearsi e al mantenersi di un modello di sviluppo che ha presentato e permesso distorsioni

evidenti:

a) una anomalia strutturale, causata, da un lato, dalla scelta della produzione dei beni di

consumo finale e caratterizzata da insufficienti contenuti di ricerca, di innovazione, di

tecnologie avanzate;

b) una visione limitata al breve periodo, basata sulla competitività di prezzo, che ha alternato

moderazione salariale e manovre del tasso di cambio, (che comportavano periodiche

svalutazioni nei momenti in cui il valore estero della lira produceva perdita di

competitività);

Mozione 1 – Progetto e ricambioultima modifica: 2008-05-23T13:35:00+02:00da mannid
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