Mozione 2 – Prima la Politica

Mozione congressuale presentata da Pia Locatelli, Mauro Del Bue,

Franco Grillini, Lanfranco Turci, Francesco Mosca

Prima la politica

Basta con il “primum vivere”

La salvezza di un’organizzazione di partito non serve, in sé: non serve perpetuare

un partito piccolo per garantire le carriere di micro gruppi dirigenti provinciali e

regionali che mirano a mantenere in qualche modo un assessorato o un seggio, e,

fino a ieri, una piccola pattuglia di parlamentari.

Dopo la sconfitta

La difesa di questa piccola organizzazione, della sua pattuglia di deputati, ha

avuto un senso perché è stata negli ultimi 15 anni della nostra storia una tattica al

servizio di una strategia politicamente e moralmente dignitosa. Purtroppo questa

strategia si è esaurita, sono fallite le coalizioni, prima quella riformista, l’Ulivo, poi la

Rosa nel pugno.

E’ innegabile che al nostro interno la Costituente sia stata vissuta troppo spesso

come un semplice Sdi allargato, con il risultato che molte risorse umane non sono

state impiegate adeguatamente, e molti di coloro che si erano avvicinati si sono

anche sentiti delusi dall’adesione a un partito che non aveva mutato certi

meccanismi della sua vita interna. Non siamo riusciti a far passare l’immagine di un

partito che ha un disegno complessivo della società. In questo errore siamo caduti

un po’ tutti, il tempo elettorale ci è piombato addosso all’improvviso, abbiamo

sofferto una sconfitta in una situazione oggettivamente disperata. Ora dobbiamo

fare di più del “primum vivere”, dobbiamo capire e interpretare il futuro.

In Spagna una sinistra socialista moderna può avere un ruolo, interpretare i

bisogni, essere confermata al governo. Se in Italia non è accaduto, questo non

riguarda soltanto il nostro partito, che certo ha fallito in maniera eclatante la sfida

elettorale, ma l’intero centro-sinistra, e per primo il Partito democratico di Veltroni.

La crisi morale e qualitativa della classe politica italiana rappresenta il degrado

cronico del nostro sistema politico. C’è una ragione se l’antipolitica e il

qualunquismo sono, da Giannini a Grillo, un dato storico del dibattito politico

italiano. Interessi corporativi, localismi, riti familistici costituiscono i mali secolari

dell’Italia. Causa e conseguenza dell’assenza di una piena consapevolezza di

appartenenza alla comunità nazionale. Eppure qualunquismo e antipolitica non

sono i rimedi ma l’inevitabile complemento di questo problema. La “Casta” si

perpetua nella tacita convinzione che tra gestione del potere e sberleffo

qualunquista non sia possibile un giusto mezzo riformista, morale e dignitoso.

Ci vuole la nostra Epinay, come fece nel 1971 in Francia François Mitterrand,

dobbiamo rivolgerci a tutti quei socialisti che non sono nel piccolo Partito

socialista, a tutti coloro – e sono molti di più dell’1% – che condividono i nostri ideali

ma che non abbiamo saputo convincere sinora a camminare insieme. Dopo la

sconfitta delle ultime elezioni è giunto il momento di rinnovare nelle pratiche, nei

metodi e nella politica l’intero Partito socialista.

Questa mozione si prefigge lo scopo di suggerire una visione più attuale, indicare

nuove vie tese ad un inevitabile e doveroso cambiamento. Obiettivo deve essere

un Partito socialista che sia veramente utile al Paese, torni ad avere un ruolo nella

vita collettiva senza preoccuparsi della mera sopravvivenza.

Il deficit di democrazia

Per quanto doverosa e feroce sia l’autocritica, occorre anche dire che la

competizione elettorale ha dimostrato che non esiste solo una “questione

socialista” irrisolta in Italia, esiste una “questione democratica”. Leggi elettorali che

prevedono la nomina dei candidati a rappresentanti del popolo, senza che il

popolo possa sceglierli individualmente; partiti inesistenti o antidemocratici, con

decisioni prese dai rispettivi Principi, proclamati senza elezioni e congressi; un

sistema dell’informazione in mano a pochissime persone, una delle quali alla

Presidenza del Consiglio; un sistema radiotelevisivo fortemente lottizzato e

discriminatorio, come si è potuto registrare in occasione delle recenti consultazioni

elettorali; un sistema finanziario che espropria i cittadini di conoscenze e di

controlli.

I socialisti hanno combattuto una battaglia identitaria senza valutare la natura del

nostro sistema politico-elettorale. Con il nuovo sistema proporzionale, con

sbarramento al 4% per le liste non coalizzate e al 2% per le liste coalizzate, il tema

è il premio di maggioranza. Intanto va sottolineata l’anomalia di un sistema che

mette insieme sbarramento e premio di maggioranza, in quanto entrambi sono

funzionali allo stesso obiettivo: togliere ai piccoli per dare ai grandi. E per di più il

premio di maggioranza produce un orientamento di stampo americano teso alla

riduzione a due dei contendenti. Ci potranno essere tentativi di intesa

Berlusconi/Veltroni per stringere ancora i ceppi del bipartitismo. Noi dobbiamo

contrastare questi tentativi a cominciare dalle prossime riforme delle leggi

elettorali.

Perché arrendersi al Pd è un errore

Il diluvio del 13-14 aprile non è però solo il risultato di orientamenti indotti da una

legge elettorale pericolosa per la democrazia. Le ragioni sono anche i segnali del

più evidente distacco dalle vecchie ideologie politiche. Negli altri Paesi europei

non si votano i socialisti solo per la loro identità, ma per la loro capacità di risolvere

i problemi.

Il progetto del Pd non l’abbiamo contestato per amore di integralismo ideologico,

né per i suoi elementi di innegabile pragmatismo, ma perché inadeguato e

confuso. Non c’è stata nessuna “rimonta”, ma anzi una vittoria di Berlusconi e una

sconfitta storica a Roma. Ora sarebbe assurdo, dopo aver rifiutato l’ingresso nelle

liste del Pd da ospiti, andarvi da sconfitti.

Il Pd, nato da una fusione a freddo tra gruppi dirigenti (ex Ds ed ex Dc) e

appoggiato da forti poteri mediatici, è alle prese con forti tensioni interne: è

all’opposizione, ma una sua parte ha fin d’ora condiviso il progetto del bipartissimo

coatto, che ha caratterizzato il nuovo scenario politico-elettorale, con la

maggioranza berlusconiana. Oggi però sono nate all’interno di quel partito nuove

pulsioni revisonistiche tendenti a proclamare la fine della cosiddetta

autosufficienza, che ha portato al disastro elettorale. E non si tratta di scegliere fra

il ritorno al bipolarismo praticato fino alla caduta del governo Prodi e il bipartitismo

americanizzante proposto da Veltroni. Il problema è invece l’ancoraggio al

socialismo laico e riformista europeo, finora rifiutato e rimosso, ma oggi più

necessario che mai per sostenere la sfida sul terreno della modernità, della libertà

e della giustizia sociale. Con questo nodo il Pd sarà costretto a misurarsi

inevitabilmente se non vuole ridursi a una nuova anomalia italiana.

D’altro lato la sconfitta elettorale ha dissolto l’impianto traballante della Sinistra

Arcobaleno e molte forze, che non sono certo omogenee con quelle paleo e neo

comuniste, né con quelle verdi integraliste, a cominciare da settori di Sinistra

democratica e da alcune aree del riformismo ambientalista, non accettano di

fare la sinistra “dura e pura”. Con queste forze il confronto è ancora più urgente. Si

deve discutere con loro come evitare un loro ritorno affrettato nel Pd e come

costruire forme stabili di consultazione e di intesa con noi.

I nuovi bisogni di sicurezza, il fisco ingiusto, la questione salariale e l’arretratezza

della sinistra italiana

Il motivo fondamentale della vittoria di Berlusconi è costituito dalla capacità di

risposta, vera o presunta lo verificheranno i cittadini, sui temi della sicurezza, del

fisco e sulla perdita del potere d’acquisto dei salari e delle pensioni.

Sul primo tema, e in particolare per ciò che riguarda i problemi relativi

all’immigrazione, esistono gravi sottovalutazioni da parte delle forze di sinistra, che

hanno ignorato il fenomeno esaltando in termini ideologici la cosiddetta società

multiculturale. Bisogna nel contempo ribadire che i socialisti sono portatori di una

visione solidale e antirazzista e che l’immigrazione ha portato benefici e si rende

assolutamente indispensabile per le esigenze della nostra economia. I socialisti

sono stati i primi a recepire l’esistenza del fenomeno e attraverso la Legge Martelli

del 1990 hanno affrontato con solidale concretezza l’argomento. Il tema è la

cosiddetta immigrazione clandestina, che tutti a parole intendono combattere,

ma che è stata spesso affrontata in termini di sanatorie, e che è oggi ugualmente

al centro dell’attenzione del governo. Certo essa può essere affrontata solo nel

contesto delle leggi e degli accordi europei e nell’ambito della cooperazione con

gli altri Paesi della Ue.

Siamo sempre stati a favore del fisco giusto. Pagare meno e pagare tutti, visto che

il problema (in questo i limiti di Visco e del governo Prodi sono stati evidenti) non è

quello di far pagare di più a chi già paga, ma di combattere l’evasione e

l’elusione fiscale. Siamo favorevoli al federalismo fiscale, purché contemperato da

un equo fondo perequativo che tenda a redistribuire risorse alle Regioni deboli per

permettere loro di mantenere i servizi.

Siamo per un aumento dei salari e delle pensioni, che hanno perso il loro potere

d’acquisto anche a seguito dell’entrata nell’euro, attraverso una ristrutturazione

della busta paga e della contrattazione. Ma riteniamo che il problema di fondo

del nostro Paese sia la bassa crescita. L’Italia è cresciuta in questi anni l’1% in

meno della media europea. E questo è avvenuto sia con governi di centro destra

sia con governi di centro sinistra. Per rilanciare la crescita occorrono maggiore

stabilità, forti investimenti nelle infrastrutture e nella ricerca, una diversa politica

fiscale volta a incentivare gli investimenti.

Occorre rilanciare un’area riformista capace di cogliere questi temi e di svilupparli

con coerenza. Una sinistra della crescita economica e dello sviluppo, capace di

interpretare i bisogni primari dei cittadini.

Il Socialismo liberale e il socialismo dei cittadini

La sinistra e in particolare il nostro partito hanno segnato la storia del mondo e

dell’Italia per quasi 120 anni, individuando soluzioni non conformiste, dando

dignità ai lavoratori, rendendoli coscienti dei loro diritti: le conquiste sociali e civili

del secolo scorso sono opera nostra.

Ancora oggi abbiamo un compito difficile e più che mai necessario. Dobbiamo

allora ricordarci che il partito deve proporsi come portatore sano di innovazione di

qualità, pur ben radicato nella sua memoria e nei suoi ideali. Senza i quali

l’innovazione diventa marketing. Quindi originalità e qualità sui grandi temi: scuola

pubblica, senza assurde e antistoriche crociate alle scuole private, dove conti il

merito degli insegnanti e degli studenti; lavoro, a proposito del quale non è

possibile che un servizio flessibile costi meno di un servizio rigido; garanzie al

reddito per i lavoratori in un mercato mobile e intermittente; forze dell’ordine, in

proporzione ne abbiamo più che in tanti Paesi europei e questo dovrebbe ben

insegnarci qualcosa sulla difficoltà di garantire la sicurezza senza prevenzione

sociale; casa, che sia garanzia di mobilità sociale per i giovani e di mobilità

geografica per i lavoratori; informazione, e non siamo piazzati bene nella

graduatoria mondiale della libertà d’informazione; Europa; parità tra i sessi. Un

esempio felice in tal senso è stato quello delle “Primarie delle Idee”, rimasto

purtroppo un episodio isolato nel percorso della Costituente. Dobbiamo sviluppare

uno sforzo d’innovazione su tutti i principali temi dell’agenda politica, anche per

rispondere agli elementi di novità che il governo Berlusconi annuncia rispetto alle

precedenti edizioni, soprattutto nei settori del mercato del lavoro e della

modernizzazione della Pubblica Amministrazione, della scuola e dell’università.

Occorre rilanciare un progetto liberalsocialista, moderno, autonomo, capace di

aggregare le forze più vicine, proprio come fu a Epinay: radicali, laici, sinistra

diffusa e senza rappresentanza. L’idea originaria della Rosa nel pugno, quella

sintetizzata nello slogan “Blair-Fortuna-Zapatero”: ossia assieme diritti civili e diritti

sociali, modernità e radicamento sociale.

Questo socialismo liberale, che la nostra tradizione storica aveva precorso sin dai

tempi di Carlo Rosselli e Guido Calogero, è il futuro, dell’Europa e dell’Italia.

C’è un filo rosso che lega l’esperienza della Rosa nel Pugno con quella del Partito

socialista. E’ un’esigenza profonda di affermare i valori dell’area laica, liberale e

socialista, combinati al rifiuto istintivo di un assetto bipartitico che non garantisce

alcuna possibilità d’espressione a quella sensibilità.

Attraverso l’esperienza della Rosa nel pugno si è in qualche modo individuato nel

socialismo liberale l’opzione in grado sia di riaprire in modo serio la Questione

socialista sia di ridare un ruolo decisivo ad un approccio e una cultura che

ritenevamo e riteniamo tuttora fondamentali.

Ripensare oggi insieme socialismo e liberalismo permette di superare i limiti del

socialismo tradizionale, legato ad una logica statalista e dirigista di governo dei

processi, che mal si concilia con quelle che sono le esigenze del Paese, e al

contempo di coniugare la tutela dell’individuo in quanto tale con la capacità di

pensare e perseguire l’interesse collettivo.

La libertà concepita come fine e come mezzo per l’attuazione di valori

fondamentali va a rispondere ad uno dei bisogni essenziali di un Paese tuttora

incatenato da una logica corporativa e familistica, soffocato da una miriade di

lacci e laccioli, deficitario nel rispetto della tutela delle libertà individuali,

incapace di reagire alla crisi perché incapace di liberare le energie migliori di cui

dispone, intrappolate da una mentalità bigotta ed ottusa e da uno Stato allo

stesso tempo pervasivo dove non deve e assente dove servirebbe.

Ancorare finalmente a sinistra le istanze e la tradizione liberalsocialista, senza

ambiguità e senza tentennamenti, significherebbe cambiare lo schieramento

progressista e mettere in difficoltà una destra, liberale a parole, ma incapace di

inverare i proclami in politiche serie e quanto mai necessarie per il nostro Paese. In

quest’ambito, la questione laica non ha niente a che vedere con un radicalismo

anticlericale, ma è l’espressione di una ben più ampia scelta strategica di fondo.

La contemporaneità ci ha abituato a vivere in una società multiculturale e

multireligiosa, dove il dialogo deve essere aperto e presente a tutti i livelli.

Il partito che c’è e che vogliamo far crescere

Il partito che dobbiamo ri-costruire deve cambiare la sua arcaica organizzazione.

Il sistema “orizzontale” delle sezioni e federazioni territoriali, che ancora tiene nelle

realtà medio-piccole, è fallimentare nelle grandi città, dove le persone, e

specialmente quelle appartenenti ai ceti produttivi, abitano in un luogo, lavorano

in un altro, hanno i loro affetti in un altro ancora. Occorre quindi affiancare alla

organizzazione orizzontale un’altra struttura, “verticale”, che aggreghi gli iscritti per

temi di interesse – dall’ecologia alle professioni, dai diritti civili alle differenze di

genere e di orientamento sessuale -, sul modello che la Spd in Germania attua da

vent’anni. Occorre cambiare il nostro modello di informazione e, poiché non

abbiamo televisioni che suppliscano, occorre tornare a un’informazione

“molecolare”, fatta di Internet, dibattiti, radio. Un partito più democratico e aperto:

non le “primarie” che hanno eletto Veltroni e rischiano di essere solo plebisciti che

legittimano candidature santificate a livello mediatico, ma elezione diretta del

leader del partito da parte degli iscritti! Ipotesi che darebbe finalmente più

potere, e più valore, all’iscrizione: la crisi dei partiti è in primo luogo crisi della loro

vita interna e della partecipazione.

Vi è una grande richiesta di un “partito federale e federato”: è in sintonìa con il

dibattito generale del Paese. Occorre prendere sul serio questo dibattito, ma

anche separare gli elementi seri da quelli demagogici o non realistici. Non è

realistico il dibattito sul “partito del Nord”: il Nord così inteso è un’astrazione. L’Italia

ha una sua costruzione nazionale che non ha senso sottoporre a questi taglia-ecuci.

Al contrario riteniamo che la soluzione vada ricercata nella direzione

opposta: non smembrare l’Italia, pur riconoscendo un ampio spazio al

regionalismo, ma costruire l’Europa. Lo stesso vale per il partito e per questo motivo

acquista significato la nostra appartenenza al Pse e, se pensiamo

all’accelerazione del processo di globalizzazione, ha senso il nostro essere

all’interno dell’Internazionale Socialista.

E’ giusto che abbandoniamo ogni ridicolo residuo morandiano, ogni modello

centralizzato e autoritario al suo interno, ma per ricominciare con più democrazia,

più libertà di dibattito e più articolazione democratica. Ribadiamo la necessità di

“aprire” e “federare” le strutture locali con associazioni tematiche e di altro genere.

Serve un partito che funzioni, che includa, che faccia sentire tutti partecipi.

Le scelte delle alleanze locali vanno sviluppate in piena autonomia, tenendo

presenti gli interessi del territorio e la natura di una forza di sinistra riformista, quale

noi siamo.

Non possiamo però concepire un falso federalismo che serva a coprire la

necessità di sopravvivenza di “piccole cooperative” regionali che hanno solo un

problema: ritornare in qualche Consiglio regionale a qualsiasi costo. Questo è finto

“federalismo”, al massimo è un “franchising”: ma il Partito socialista non è una

piccola impresa…

Una linea politica autonomista e corsara

Prendiamo in prestito le parole di Macaluso: “Non è pensabile e non è serio che

forze politiche con l’1, 2, 3 % o poco più si definiscano socialiste o comuniste. Un

Partito socialista in tutto il mondo è tale se ha un consenso largo di popolo.”

Alla luce del disastro elettorale, noi non pensiamo che l’obiettivo del Ps nel futuro

sia il recupero dell’1-2 % a ogni scadenza elettorale, fino a raggiungere una massa

critica credibile per un Partito socialista.

Noi ci proponiamo un obiettivo a termine più realistico, ma pur sempre molto

impegnativo. Poiché riteniamo tutt’altro che stabilizzato il quadro della sinistra

italiana e pensiamo che l’area delle forze che possono riconoscersi nel socialismo

europeo riguardi gran parte del Pd, della ex Sinistra Arcobaleno e alcune

componenti presenti nel centro destra, il nostro obiettivo è di contribuire a portare

tutte queste forze alla formazione di un grande Partito socialista, in cui possono

convivere correnti diverse (come avviene in tutta Europa) saldando a questo

processo, in forma organica o federativa, le componenti laiche e liberali di sinistra.

Da questo punto di vista è sbagliata l’ipotesi di posizionarsi in una sorta di spazio

intermedio tra Sinistra Arcobaleno e Pd. E’ l’idea stessa di circoscrivere in un rigido

perimetro di geometria politica l’azione di un partito ad essere erronea; bisogna

accettare il fatto che l’elettore tende sempre più ad anteporre la tutela dei propri

legittimi interessi alla propria connotazione ideologica.

Il Congresso

Corriamo un rischio: che il prossimo congresso sia un luogo dove alcuni, temendo

di avere qualcosa da perdere, chiedano di serrare le fila a qualsiasi costo, in

nome dell’unità, ai fini di conservare l’esistente per metterlo a frutto in qualche

tattica politica, qualche ingegneria di coalizione, che salvaguardi pure posizioni di

potere.

Noi dobbiamo scegliere invece, tutti insieme se possibile, o con un’ampia

maggioranza (che sia ampia ma non equivoca o trasformistica), nella chiarezza

delle posizioni e delle diverse mozioni, una prospettiva di futuro per il partito.

Se parliamo di una “Epinay”, cioè di una riunione di forze sparse unite da una

cultura comune, come avvenne in Francia a suo tempo, rivolgendoci anche fuori

del perimetro della Costituente socialista del 2007, a maggior ragione è

indispensabile che nessuno si senta “ospite in casa d’altri” tra i compagni e le

compagne, provenienti dalle diverse organizzazioni già riunite nella Costituente.

Nessuno potrà pretendere diritti di precedenza e tutti dobbiamo rimetterci in

discussione.

Il richiamo al rinnovamento del gruppo dirigente è scontato, ma rischia di essere

retorico se non cambiano metodi e contenuti, e su questo dovremo misurarci: sarà

il cambiamento della politica a selezionare nuovi dirigenti o a confermarne di

esperti. Il Segretario/a dovrà garantire piena affidabilità nell’attuazione della linea

emersa nel congresso, totale trasparenza dei processi decisionali e massima

agibilità democratica a tutela delle minoranze.

Certamente dobbiamo evitare la continuità. Serve un partito nuovo. Un partito

nuovo per idee e per modello organizzativo.

Il congresso del Partito socialista deve operare una chiara scelta per un partito di

tipo nuovo, federale federativo, che si organizza su battaglie politiche qualificanti

che aggreghino ed interessino ben al di là delle proprie limitate forze. Un partito

che si fa modello proprio di una di queste battaglie, quella per la democrazia

diretta e libera, e che quindi seleziona il proprio gruppo dirigente attraverso

votazioni libere che seguono dibattiti chiari ed aperti e non si trincera dietro

accordi di vertice che esproprino il diritto degli iscritti a fare sentire la propria voce.

Si deve dunque adottare una forma organizzativa consona alla situazione anche

economica del partito, basata su una struttura snella, flessibile, decentrata, in

grado di stabilire intese e patti federativi con formazioni politico-culturali nazionali

o locali interessate alla costruzione del più vasto soggetto socialista.

Una struttura capace di interagire, anche tramite appositi patti federativi o

consultivi, con il tessuto associativo formale e informale che opera sul territorio, i

cui obiettivi siano in sintonia con la nostra cultura politica.

Serve un partito che sappia costruire una formazione socialista ampia, e non ci

riferiamo tanto ai numeri, che certamente sono importanti, ma per le idee, e che

inizi il suo lavoro partendo da una scomposizione del centro sinistra. Noi dobbiamo

superare l’isolamento o l’arroccamento politico e saper intrecciare il dibattito con

le altre forze politiche. Il tempo per lavorare c’è. E noi lo vogliamo utilizzare al

servizio di una tradizione e di una prospettiva che rappresentano l’essenza della

nostra militanza politica.

Mozione 2 – Prima la Politicaultima modifica: 2008-05-23T13:40:00+02:00da mannid
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2 pensieri su “Mozione 2 – Prima la Politica

  1. LA mozione Di Nencini mi sembra un revival dello SDI locale..evince il trasporto all’interno dei personaggi che hanno portato allo 0,975% il Partito Socialista ed ho quindi molti dubbi su un Partito proiettato nel futuro inoltre si capisce chiaramente il tranfert nel PD!sarei per un mix della mozione della UIAS e della Mozione 2 Prima la Politica per Pia Locatelli segretario…la mozione di Pia Locatelli mi dà molte più garanzie soprattutto col coinvolgimento delle realtà locali…io che sono a Malagrotta..non posso che aderire senza tentennamenti.

  2. Compagno Alex,

    Un po’ tutti i compagni che ho sentito pensano che la Locatelli ha fatto le cose per bene (cit. vecchia pubblicita’).
    Il discorso che a me preoccuperà sarà un altro, ovvero, se gli altri compagni decideranno di appoggiare i personaggi e il loro peso, o chi mostra le idee che servono al socialismo.

    Altra questione sarà il dopo congresso… Pensi realmente che un partito dello 0.9 si disgreghi? io penso che decideranno per una mozione revisionata e ad un contentino a tutti per la segreteria.

    Ed ecco che si riaffaccia il revival.

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